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Servono culture nuove e non ostruzionismi
Servono culture nuove e non ostruzionismi
di Marco Filippeschi, sindaco di Pisa e presidente nazionale di Legautonomie

La nuova legge elettorale votata in Senato è o no un passo in avanti? Questa è la domanda che interessa a tutti di fronte alla necessità del superamento di una legge definita «una porcata» dal suo presentatore, bocciata dalla Corte costituzionale, e a confronto con la legge che residua dalla sentenza della stessa Corte con cui voteremmo oggi in caso di elezioni anticipate. Credo che si possa dire e dimostrare che è un bel progresso e che Berlusconi che ora la vota arretra di molto rispetto a sue posizioni iniziali.

Il conflitto nel Pd di questi giorni motivato, in particolare, con la ragione dell’estensione del voto di preferenza – per garantire, si dice, un parlamento fatto di eletti dai cittadini e non di «nominati» – mi pare fuorviante. Emerge chiaro che la ragione vera della battaglia di una minoranza è il rischio percepito di una marginalizzazione della sua rappresentanza parlamentare, domani, in forza d’imposizioni della maggioranza, in organi dirigenti del partito dove, per l’esito di un congresso, Matteo Renzi può vantare una salda prevalenza numerica. 

Personalmente ho sempre avversato la scelta dell’uso del voto di preferenza, preferendo invece modelli di legge elettorale fondati sui collegi uninominali o su liste bloccate corte, con primarie di partito per la selezione dei candidati ben regolate. Il sistema della preferenza è scelto in rarissimi casi in Europa e nel mondo. Ci sarà pure un motivo. Proprio l’esperienza italiana dimostra come, almeno quando è impiegato in ampi bacini elettorali, possa creare gravi distorsioni per gli effetti di un conflitto che avviene dentro ai partiti più che fra opposti partiti, di un’esasperata personalizzazione che genera estesi fenomeni clientelari – che soprattutto in alcune parti del paese sono degenerati in corruzione o inquinamento del voto da parte di poteri criminali – e anche per un’esponenziale crescita del costo delle campagne elettorali. Effetti dimostrabili, studiati dai politologi e rilevabili in tante tristissime vicende. Tutto quanto sconsiglia gli altri paesi ad avvalersi di questo metodo di elezione. Tengo ferma la mia opinione, ma capisco che si possa accedere a mediazioni seppure molto dolorose. Da qui a fare delle preferenze una bandiera, però, ce ne corre.

In realtà le vere risposte da dare riguardano altri temi fondamentali, toccano il modello di partito e la razionalità del sistema istituzionale e delle riforme costituzionali che sono in cantiere. Non si può caricare tutto sulla legge elettorale.

La semplificazione del sistema dei partiti è un obiettivo ancora attuale? Di certo, sì. Perché la frammentazione è ancora incombente e il paese, nelle condizioni in cui versa, non può permettersi un governo strutturalmente debole (e soggetto ai soliti ed esangui «poteri forti»). Dunque il premio di maggioranza attribuito alle liste e non alle coalizioni, mantenendo lo spazio di rappresentanza «di tribuna», è una scelta decisiva e positiva e impone di pensarsi e di agire con coraggio come un «partito grande», che di certo, proprio perché è e vuole essere grande, di dimensione europea, deve riconoscere e gestire un suo pluralismo. Inoltre s’introduce il doppio turno, con un sistema – quello che vale anche per i comuni, con ballottaggio – che dà stabilità e potere di scelta agli elettori, allontanando per il futuro i rischi di «inciuci» o la costrizione a coalizioni di comodo e fragili. Un sistema bipartitico-bipolare. Si tratta di due colonne portanti della nuova legge che Berlusconi ha provato a contrastare. Ora si dovrebbe riconoscere che è stato piegato, se i contenuti prevalgono sugli stereotipi.

Di sicuro è positivo superare il bicameralismo paritario, semplificare e rendere più fluido e trasparente il potere legislativo e ciò porta anche a ridurre il numero dei parlamentari. E’ una riforma popolare. E’ un importante punto fermo condiviso che pure risponde ad una salutare logica di semplificazione, oltre che al riconoscimento di ruolo di regioni e comuni. Anche in questo caso si è vinto un braccio di ferro. In una situazione italiana ancora critica è positivo il fatto che Pd sia largamente concorde su questa riforma e che ci siano condivisioni trasversali agli schieramenti. Si possono dimenticare le ragioni che portarono alla ricandidatura di Giorgio Napolitano al Quirinale e gli impegni presi dai parlamentari? Assolutamente no. Anzi, è bene tenerle molto presenti per l’elezione del nuovo presidente, scegliendo una personalità autorevole e forte.

Ma da dentro il Pd ci sono anche altre risposte da dare. Si sceglie o no il modello europeo di partito? Intendo quello che, normalmente, propone il leader di partito come candidato premier e che prevede che quando il partito vede eletto il premier questo rimane leader di partito. Lo statuto nazionale del Pd, ben prima che Matteo Renzi fosse sulla scena, fece una scelta chiara per questo modello, condivisa allora da Veltroni come da Bersani. E’ utile non tornare indietro, ma adattarsi al nuovo modo d’essere di un partito, non certo insolito in Europa, sviluppando appieno la «democrazia di partito», non proponendo, invece, concezioni a geometria variabile a seconda di chi vince il congresso.

Per far valere la democrazia di partito servono regole e serve una legge sui partiti politici.

Intanto si deve dare piena attuazione allo statuto vigente. E’ una colpa grave, a mio parere, aver omesso d’istituire l’albo degli elettori, in occasione delle tante primarie, anche nazionali, che il Pd ha svolto. Anche colpa di Bersani, che dell’errore ha raccolto frutti assai amari. Colpa di Renzi e dei suoi consiglieri che hanno avversato l’istituzione dell’albo al fine di «sconfinare» assai nella ricerca di consensi – e sconfinare così si deve, ma nelle elezioni vere e proprie –. L’iniziativa presa dal Pd toscano, di dare vita finalmente all’albo mi pare dunque molto positiva e spero che possa fare da apripista. Avere un albo fatto di milioni di elettori, per quanto mutevole nella composizione rispetto alla base degli iscritti, significa darsi un bacino di partecipazione di riferimento, anche per risalire nelle adesioni più impegnate al Pd – la tessera –, e serve a scongiurare il ripetersi di situazioni inaccettabili quali quelle che si sono viste, in un ultimo caso, nelle primarie regionali della Liguria.

La legge sui partiti, che interpreti l’articolo 49 della Costituzione, è necessaria, anche per superare il modello dei «partiti personali», di cui Forza Italia è stato il prototipo potentissimo ma che ha visto e vede moltiplicarsi esempi (e disastri) a destra e a sinistra. Regole democratiche per i partiti, dunque, alle quali far corrispondere il contributo pubblico alle campagne elettorali e al sostegno delle sedi di elaborazione dei programmi. Perché l’azzeramento di ogni contributo, scelta inesistente negli altri paesi europei, può aprire la strada alla piena patrimonializzazione della politica, al prevalere sfacciato delle lobby, dei poteri di fatto sulla politica, con effetti definitivamente distorsivi su una democrazia già assai fragile. In tempi di ripresa del dibattito sull’esplosione delle diseguaglianze e sulla crisi delle democrazie una vera visione «da sinistra» deve farsi carico di dare risposte a questo livello. Si deve guardare alla realtà per fare il futuro e non subirlo, mettere a frutto culture nuove, per nuovi progetti e riforme,  traducendo in fatti, in atti di governo, le decisioni che via via si formano e non indulgendo ad ostruzionismi senza respiro.

[L’intervento, Il Tirreno, 23 gennaio 2015]

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