Home:   Contributi e interventi:   Senza riforme il rischio di declino argentino  
Senza riforme il rischio di declino argentino
di Sergio Fabbrini, direttore della LUISS School of Government

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, l'Argentina era uno dei paesi più ricchi ed istruiti al mondo. Persino di più del Regno Unito, la grande potenza di quel periodo. A partire dagli anni Trenta del secolo scorso, l'Argentina ha iniziato un declino irreversibile, contrassegnato da colpi di stato, insorgenze populistiche, corruzione diffusa, ritardi tecnologici, economia assistita. uel declino non si è più arrestato. Alla fine del secolo scorso portò addirittura al default finanziario del paese. I fattori che hanno contribuito alla parabola argentina sono diversi. Due sono stati però determinanti. La debolezza delle sue istituzioni politiche e l'irresponsabilità di chi le ha controllate. La vicenda italiana della riforma costituzionale ricorda molto l'esperienza argentina.

Naturalmente i due paesi sono diversi, così come diverso è il contesto in cui sono collocati. Eppure, anche il declino italiano è dovuto ad istituzioni vecchie e a politici irresponsabili. 
Nessun paese di dimensioni comparabili al nostro ha un sistema elettorale che può produrre due maggioranze diverse alla Camera e al Senato. Anzi, nessuno di quei paesi ha un sistema decisionale che prevede che i governi debbano ricevere la fiducia da entrambe le camere del parlamento. È evidente che le nostre istituzioni elettorali e parlamentari ostacolano il processo decisionale, mentre favoriscono continui scambi tra singoli parlamentari o tra gruppi di essi per estrarre risorse a loro reciproco vantaggio in cambio di un voto o di un'astensione.

I governi non sono al servizio del paese, ma dei parlamentari che possono tenerli in vita oppure farli cadere. Tutto ciò avviene in un contesto di integrazione monetaria che ci obbliga costantemente a prendere impegni e a rispettarli. Con la nascita del governo Renzi, il processo di riforme elettorali e istituzionali si era finalmente avviato, coinvolgendo le principali forze parlamentari, come dovrebbe essere in una democrazia. Importanti passi sono stati fatti per individuare i cosiddetti punti di equilibrio tra le esigenze di quelle forze politiche. Pur con i suoi difetti, l'accoppiata Italicum-riforma del Senato prometteva di portarci fuori del pantano, avvicinandoci agli altri paesi europei.

Eppure, i progressi fatti sono stati di nuovo messi in discussione. Per ragioni che sono incomprensibili all'opinione pubblica, il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, ha deciso di chiamarsi fuori dal processo di riforme. E lo ha deciso per una questione, come ha detto, di «metodo». Perché non gli è stato consentito di proporre un suo candidato per la presidenza della Repubblica. Certamente, come ho più volte scritto su queste pagine, sarebbe stato auspicabile che il candidato alla presidenza della Repubblica emergesse da un'ampia maggioranza dei grandi elettori (cosa che poi è avvenuta). Tuttavia, è incomprensibile l'idea di fare dipendere il sostegno a riforme di importanza sistemica all'accordo contingente sul candidato alla presidenza della Repubblica. Un candidato, peraltro, che rispettava tutti i principali criteri, richiesti da Forza Italia, per la scelta del futuro inquilino del Quirinale.

Di qui la dannata analogia con l'esperienza argentina. Il centro-destra italiano continua ad essere prigioniero di pulsioni populistiche incontrollabili. Gli interessi di lungo periodo del paese sono regolarmente sacrificati per conseguire presunti vantaggi di breve periodo (come vincere le prossime elezioni regionali). E soprattutto le sue scelte non sono ispirate da una strategia, meno ancora da una logica politica. La stessa Forza Italia, che ha contribuito a disegnare un sistema elettorale (come l'Italicum) che dovrebbe favorire una competizione bipartitica tra una sinistra e una destra moderate ed europee, decide repentinamente di allearsi con la Lega Nord che ha la sua ragione d'essere proprio nella guerra a quel bipartitismo.

Così, pur essendo parte del Partito popolare europeo, uno dei pilastri del progetto di integrazione europea, Forza Italia ha deciso di allearsi con una forza politica, la Lega, che è divenuta esplicitamente anti-europea, per di più in nome di una sovranità nazionale che essa aveva nel passato disprezzato. Come se non bastasse, all'irresponsabilità di Forza Italia fa da esatto corrispondente l'irresponsabilità faziosa della sinistra del Pd e del suo alleato, il partito vendoliano di Sel. Anche in questo caso, si fa fatica a capire come sia possibile dichiarare battaglia contro l'Italicum, per portare la percentuale dei futuri parlamentari eletti con le preferenze, pensate un po', dal 40 al 60 per cento del totale degli eletti.

Oppure, si fa fatica a capire come si possano tirare volumi di emendamenti in faccia alla presidente della Camera per protestare contro la riforma del Senato che modernizza il nostro sistema di governo, riducendo tra l'altro il numero di parlamentari a carico della fiscalità nazionale. Nichi Vendola e Silvio Berlusconi sono due facce della stessa medaglia: quella dell'irresponsabilità parolaia della classe politica che ha paralizzato il paese negli ultimi vent'anni.
Occorre che il governo Renzi guardi a Bruxelles e non già a Buenos Aires. Il paese ha bisogno di riformare le sue istituzioni politiche. Solamente istituzioni riformate possono rendere possibile e quindi sostenere la crescita economica e sociale del paese. Per di più, a Bruxelles, i paesi che non sono in grado di governarsi, sono destinati a farsi governare da altri. Grecia docet.

[articolo pubblicato su Il Sole24Ore, 14 febbraio 2015]

X Questo sito non utilizza cookie di profilazione ma solo cookies tecnici di terze parti per l'analisi aggregata del traffico allo scopo di ottimizzarne navigazione e contenuti.
Per maggiori informazioni, consulta la privacy policy del sito.