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Acli: "Riforma costituzionale: quanto si risparmia e quanto aiuta alla crescita?"

La legge di riforma costituzionale varata dal Parlamento e che il prossimo autunno sarà sottoposta al voto referendario, modificando la Parte Seconda della Costituzione, punta a rafforzare e semplificare il governo del Paese. I promotori del progetto di modifica della Carta sottolineano la necessità di superare la lentezza, l’inefficienza e i costi del bicameralismo paritario indifferenziato così come l’instabilità di Governo derivante dalla difficoltà ad avere maggioranze conformi nei due rami del Parlamento.

Un altro aspetto particolarmente rimarcato dai fautori della riforma è quello della necessità di istituzioni più efficienti ed adeguate, indispensabili per il rilancio del nostro Paese di fronte alla sfida dell’economia globalizzata. La riforma, infatti, oltre a determinare un risparmio per le spese dello Stato – risparmio derivante dal taglio dei costi della politica (riduzione del numero di parlamentari, abolizione delle province, soppressione del Cnel) - dovrebbe avere effetti positivi anche sull’economia del Paese proprio in virtù del fatto che le riforme istituzionali (costituzionali, elettorali, regolamentari), unitamente a quelle della pubblica amministrazione, del mercato del lavoro, della scuola, della giustizia e del sistema bancario, rappresentano la premessa indispensabile per un rilancio solido e duraturo dell’Italia. Stabilità politica, governi e organi di rappresentanza più funzionali, procedure legislative meno complesse e tempi di decisione più ristretti, superamento della conflittualità fra Stato centrale, Regioni ed enti locali sono una variabile determinante per rilanciare e rafforzare la crescita dell’Italia.

Tuttavia, rispetto ai possibili effetti della riforma sull’economia e sulle finanze statali non vi è accordo sulle cifre. In seguito ad interrogazione a risposta orale depositata il 7 giugno da Arturo Scotto, capogruppo di Sinistra italiana – Sinistra ecologia e libertà, circa l’ammontare dei risparmi dalla riforma costituzionale, nel question time alla Camera, tenutosi l’8 giungo, il ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, ha parlato di un risparmio per lo Stato di 490milioni di euro all’anno grazie al ddl. In particolare il ministro ha individuato nei seguenti punti i risparmi immediati previsti:

  • 80 milioni all’anno dalla riduzione di circa il 30% delle indennità parlamentari dei senatori;
  • 70 milioni all’anno dal funzionamento delle commissioni e dai rimborsi ai gruppi di Palazzo Madama, a cui si può aggiungere la progressiva riduzione nel tempo di funzionari che saranno necessari grazie al ruolo unico, all’unificazione di Camera e Senato per quanto riguarda la gestione del personale;
  • 320 milioni l’anno dal superamento delle province;
  • 20 milioni l’anno dalla soppressione del Cnel.

In risposta al ministro, Lucio Malan senatore di Forza Italia e questore di Palazzo Madama ha pubblicato un documento dal titolo “Le cifre vere e quelle false di Maria Elena Boschi”.

Esiste, a giudizio del senatore Malan, una differenza enorme tra il totale dei risparmi previsti dal governo e quelli da lui stimati che ammonterebbero a poco più di 50 milioni, circa il 10% dei 490milioni di euro di cui parla il ministro. Nel dettaglio:

  • il risparmio totale derivante dalla riduzione dei senatori ammonterebbe a 42.342.000€, corrispondenti al 53% degli 80 milioni prospettati dal ministro Boschi. Il risparmio dai trasferimenti ai gruppi parlamentari e dal taglio per le spese delle commissioni sarebbe invece di 5.540.000€, l’8% dei 70 milioni riportati dal ministro Boschi.
  • Quanto alla progressiva riduzione nel tempo di funzionari che saranno necessari grazie al ruolo unico, all'unificazione di Camera e Senato per quanto riguarda la gestione del personale, Malan contesta che “come si può leggere da varie fonti, tra cui un comunicato del Senato del 28 gennaio 2016, il ruolo unico tra Camera e Senato è già stato approvato ed è del tutto indipendente dalla riforma costituzionale. Va invece osservato che, anche prima del ruolo unico le spese del Senato sono fortemente diminuite. Al netto delle spese per le pensioni (che il Senato eroga dal proprio bilancio, a differenza di un’azienda privata o – ad esempio – di un ministero) si è passati da 431,5 milioni del 2008 a 314,5 nel 2015, nonostante un’inflazione del 14%. Un risparmio, vero e riscontrabile, di 117 milioni all’anno”.
  • I 320 milioni da accantonare grazie al superamento delle province non esisterebbero in quanto queste sono già state abolite dalla legge Delrio.
  • Il risparmio, al netto degli oneri fiscali e previdenziali per il personale e dell’IVA per le altre spese ottenuti dal taglio del Cnel ammonterebbe a 2.268.000€, l’11% dei 20 milioni stimati dal governo.

Rispetto all’impatto economico della riforma, oltre ai risparmi “immediati”, l’altro aspetto sottolineato dal ministro Boschi nel corso del question time alla Camera è quello dei benefici di maggior crescita derivanti dalle riforme.

“Il punto vero che ci dobbiamo porre – ha sostenuto il ministro - è quanto in realtà crescerà di più il nostro Paese, quanto PIL in più produrrà il nostro Paese attraverso un sistema che finalmente dà stabilità al Paese, che finalmente consente di avere tempi certi per l’approvazione delle leggi e che finalmente pone chiarezza su cosa fa lo Stato e cosa fanno le regioni, limitando anche il contenzioso di fronte alla Corte costituzionale, quello, sì, elemento, alla fine, di spesa e d’incertezza per gli imprenditori, per gli investitori e per i cittadini italiani. Ovviamente, Fondo monetario internazionale, OCSE e Unione europea hanno sottolineato questi dati e la stessa OCSE ha detto che nei prossimi dieci anni avremo una crescita in più del PIL dello 0,6 per cento grazie alle riforme politiche e istituzionali e alla stabilità del nostro Paese e, quindi, osservatori esterni indipendenti ed oggettivi hanno in qualche modo chiarito come le riforme del nostro Paese, in particolare quelle politico-istituzionali, contribuiscano alla crescita economica e non solo al risparmio di costi vivi immediati”.

In particolare nel rapporto OCSE si legge che:“dopo un lungo periodo di stagnazione che ha reso l’economia vulnerabile alla crisi finanziaria, l’Italia sta intraprendendo un programma di riforme ambizioso e di ampio respiro per stimolare la crescita, sfruttando le sinergie esistenti tra le diverse politiche pubbliche. In passato, molti progetti validi di riforma non sono stati pienamente attuati, impedendo in tal modo all’economia di beneficiare interamente dei loro effetti. Il Governo si sta quindi concentrando sui cambiamenti del quadro politico-istituzionale e del sistema giudiziario per rimuovere i precedenti ostacoli all’attuazione delle riforme”.

Anche il Fondo monetario internazionale sottolinea che l’insieme delle riforme, da quelle istituzionali a quelle della pubblica amministrazione, del mercato del lavoro, del settore bancario messe in atto dal governo è stato impressionante. Ma sottolinea altresì l’esigenza di accelerare questo processo e che l’esito del referendum costituzionale condizionerà le scelte d’investimento e di consumo nel Paese. Il capo della missione del Fmi in Italia, Rishi Goyal, nel presentare il rapporto ha dichiarato:

“sta al popolo italiano decidere come vuole votare al referendum costituzionale e che tipo di sistema elettorale e senato vorrebbe avere. Non commenterei su questo. Ci sono elementi importanti all'interno delle riforme costituzionali che sono legati allo snellimento delle responsabilità nei diversi livelli del governo con l'obiettivo di agevolare il processo decisionale, che potrebbe avere benefici. Se questo avrà la probabilità di esacerbare l'incertezza, ovviamente questo è uno degli elementi che uno può vedere come parte di un insieme più ampio di fattori che stanno condizionando l’outlook”.

Anche la Commissione europea nella relazione 2016 relativa all’Italia sostiene che:

“le riforme strutturali in corso e in programma aiuteranno a superare gli ostacoli agli investimenti e eserciteranno col tempo un effetto positivo sulla crescita della produttività e del PIL”.

In proposito si è espressa anche l’agenzia di rating Fitch precisando che è ancora troppo presto per determinare se le riforme in atto potranno aumentare in modo significativo la crescita del PIL a lungo termine, ma l’esito del referendum costituzionale sarà la chiave determinante per determinarne il successo.

In Italia è stato il Centro Studi di Confindustria a rendere pubblico un documento intitolato La risalita modesta e i rischi di instabilità in cui, oltre a scattare una fotografia della situazione economica italiana e a stimare le possibili conseguenze della Brexit, si illustrano le conseguenze economiche a seguito di un possibile “no” al referendum costituzionale. I cinque eventi forieri di recessione sarebbero: aumento dello spread, difficoltà a chiudere le aste dei titoli sovrani, fuga dei capitali esteri e italiani, crollo della fiducia dei consumatori (-1 punto % di propensione al consumo), svalutazione dell’euro se i capitali escono dall’Eurozona. In conclusione, secondo Confindustria

“con la vittoria del “No” sarebbe inevitabile una nuova recessione per l’economia italiana. Questa giungerebbe in una situazione già molto difficile, in cui una lenta risalita è iniziata da poco più di un anno e i livelli di reddito e occupazione sono ancora molto bassi”.

Tutto questo si dovrebbe tradurre in una contrazione del PIL nel triennio 2017-2019 dell’-1,7% contro +2,3% previsto (quindi -4%), in un calo del -12,1% negli investimenti, in una riduzione di -589€ nel PIL/pro-capite e in un aumento di 430mila poveri nel 2019.

Tali stime sono state criticate dal Prof. Tria che, invece, consiglia a chi è di opinioni diverse dalla Confindustria

“di stimare, ovviamente con un modello econometrico, cosa accadrebbe all’economia italiana se, alla vittoria del no, si costituisse un forte governo di coalizione e di riconciliazione tale da superare la spaccatura politica nazionale, e di conseguenza crescesse la fiducia di imprese e famiglie, aumentasse l’afflusso di investimenti stranieri (magari in fuga dal Regno Unito), si riducesse ulteriormente lo spread dei titoli di stato italiani e se infine le trattative in Europa su temi di interesse per l’Italia decollassero”.

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