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Articolo di Federico Russo pubblicato su: lavoce.info il 19 febbraio 2013

In allegato il contributo del Prof. Stefano Ceccanti, sul tema del semi-presidenzialiasmo, rielaborazione della relazione al convegno di "Mondoperaio" del 21 maggio 2013.

Relazione Finale del Gruppo di Lavoro sulle riforme istituzionali, istituito il 30 marzo 2013 dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e composto da: Mario Mauro, Valerio Onida, Gaetano Quagliariello, Luciano Violante. 

Articolo tratto da Federalismi.it, rivista di diritto pubblico italiano, comunitario e comparato, n. 9/2013. Carlo Deodato è Consigliere di Stato e Capo del Dipartimento per le riforme istituzionali presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

I risultati elettorali del febbraio 2013 e le gravi difficoltà nell’avvio della XVII legislatura evidenziano non una normale crisi politica ma una più profonda “crisi di sistema”, del sistema politico accanto a quello economico-finanziario, fino a lambire gli stessi principi della rappresentanza politica. Il significato più profondo della critica ai “costi della politica” va riferito alla inconcludenza della stessa, all’incapacità di assumere decisioni e di rispettare il principio di legalità, più ancora che ai costi (certo non lievi) degli apparati politici. 

Il testo che pubblichiamo, a firma del Prof. Augusto Barbera, è in corso di pubblicazione in “Quaderni costituzionali”, fascicolo 2/2013 versione di sabato 27 aprile 2013.

"I cambiamenti costituzionali in Italia" del Prof. Stefano Ceccanti è stato pubblicato su Federalismi.it n. 8/2013, ed è la relazione del professore al convegno “Le mutations constitutionnelles”, Parigi, Conseil d’État, svoltosi il 5 aprile 2013. 

Il 12 giugno 2013 si è tenuta a Roma la prima riunione della Commissione per le riforme costituzionali, convocata dal ministro Quagliariello. sono intervenuti anche il presidente del Consiglio, Enrico Letta, e i presidenti delle commissioni Affari costituzionali di Senato e Camera, Anna Finocchiaro e Francesco Paolo.

Presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato si sono svolte alcune audizioni informali sul disegno di legge costituzionale per l’istituzione di un Comitato parlamentare per le riforme costituzionali. Il 21 giugno 2013 è stato audito il Prof. Francesco Saverio Marini, ordinario di diritto costituzionale.

In allegato il testo.

Il superamento del bicameralismo paritario e perfetto nei principali tentativi di riforma costituzionale. Dossier curato dal Dipartimento governativo per le riforme costituzionali.

In allegato il resoconto della riunione di insediamento della Commissione di esperti e Comitato di redazione per l’elaborazione di proposte di riforma costituzionale e della connessa legislazione in materia elettorale.

In allegato il resoconto della riunione del 17 giugno della Commissione di esperti e Comitato di redazione per l’elaborazione di proposte di riforma costituzionale e della connessa legislazione in materia elettorale.

Senato delle autonomie, federalismo e riforma dell'ordinamento locale - Convegno nazionale di Legautonomie a Roma

"Il superamento del bicameralismo paritario e la configurazione di una seconda camera come espressione delle autonomie territoriali costituisce anche un''esigenza diventata oramai imprescindibile per arginare il crescente contenzioso dinanzi alla Corte Costituzionale". Lo sottolinea il presidente di Legautonomie e sindaco di Pisa Marco Filippeschi durante il convegno su ''Senato delle autonomie/federalismo e riforma dell''ordinamento locale'', che si è svolto questa mattina a Roma, al Tempio di Adriano. 
Sono intervenuti anche: Gaetano Quagliariello, Ministro per le Riforme Costituzionali; Luciano Violante, Membro della Commissione per le Riforme Costituzionali; Antonio Misiani, responsabile federalismo fiscale Legautonomie e membro della commissione bilancio della Camera; Stefano Ceccanti, Membro della Commissione per le Riforme Costituzionali; Beniamino Caravita di Toritto, Membro della Commissione per le Riforme Costituzionali; Alberto Zanardi, Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale, oltre a numerosi amministratori locali.

"In Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania e in molti atri Paesi i governi costituiscono commissioni di esperti per la presentazione di rapporti relativi a materie di particolare interesse. Tali commissioni sono giudicate dagli studiosi che non hanno fatto parte della commissione in base al lavoro svolto e non al colore politico del premier che le ha nominate". In allegato un articolo di Luciano Violante, tratto da confronticostituzionali.it

Conferenza tenuta dal Prof. Franco Gallo, già presidente della Corte Costituzionale, presso l’Auditorium Santa Margherita dell’Università Ca’ Foscari.

In allegato l'appello del comitato da cui scaturisce il percorso di mobilitazione per la difesa e l'applicazione della Costituzione. 

In allegato l'articolo di Pietro Ciarlo e Giovanni Pitruzzella dal titolo "Monocameralismo: unificare le due Camere in un unico Parlamento della Repubblica", tratto dal sito confronticostituzionali.it

"La lettura dei giornali mi ha confermato in quello che pensai quando vidi l'infame titolo che il Fatto quotidiano diede all'appello firmato da tanti costituzionalisti, con il quale si definiva il lavoro della commissione governativa di cui ho avuto l'onore di far parte come volto a instaurare «la costituzione della P2».Vi hanno preso, e vi siete lasciati prendere, la mano; per il gusto di trascinare quasi mezzo milione di firme, con Fiorella Mannoia e Adriano Celentano; per il gusto di apparire come i leader di un nuovo movimento. Appunto: un nuovo movimento. Ma per fare che cosa?". In allegato l'articolo completo di Mario Dogliani tratto da L'Unità del 9 ottobre 2013.

Pubblichiamo la relazione del prof. Alessandro Pace al “Seminario di studio sulla riforma costituzionale” organizzato dalla Facoltà di giurisprudenza dell’Università “La Sapienza” di Roma e dall’associazione “Salviamo la Costituzione: aggiornarla non demolirla”, Roma, 23 luglio 2013.

La Commissione per il federalismo fiscale ha ascoltato il presidente della Corte dei conti in materia di attuazione e prospettive del federalismo fiscale.
In allegato il documento presentato dalla Corte dei Conti.

Il 12 Novembre 2013 i risultati della consultazione pubblica sulle riforme costituzionali sono stati presentati dal Ministro Quagliariello. Il rapporto è stato consegnato e presentato al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio, ai Presidenti di Camera e Senato e ai presidenti delle Commissioni Affari Istituzionali. 
"Il Ministro e il Governo si fanno carico di illustrare i risultati e collocare l’orientamento dei cittadini all’interno del percorso di riforme per permettere al Parlamento di prendere decisioni informate sulla base di un corpus completo di indicazioni" (fonte http://www.partecipa.gov.it/).

In allegato una nota di Massimo Luciani, Professore ordinario di Diritto costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, sul superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della Costituzione. 

In allegato una riflessione del professor Luciano Vandelli, ordinario di diritto amministrativo all'Università di Bologna, sul ddl di riforma costituzionale.

In allegato un appunto del professor Luciano Vandelli, ordinario di diritto amministrativo all'Università di Bologna, per l'audizione alla Camera, Commissione Affari Costituzionali, sul ddl n.1542 in materia di Province, Città metropolitane e Unione dei Comuni.

In allegato un'analisi di Franco Bassanini, Professore ordinario di diritto costituzionale e presidente della CDP, sintesi della Introduzione al Seminario con il Ministro delle riforme costituzionali Maria Elena Boschi, organizzato dalle Fondazioni ASTRID, Italiadecide e Res Publica, tenutosi il 24 Marzo 2014 a Roma, alla Camera dei Deputati

In allegato un'analisi di Paolo Urbani, professore ordinario di Diritto Amministrativo, sul disegno di legge costituzionale con riferimento alla materia del governo del territorio.

In allegato l'analisi di Carlo Fusaro, professore ordinario di Diritto elettorale e parlamentare, sul nuovo ddl costituzionale del governo Renzi.

Il contributo di Augusto Cerri, professore di Diritto pubblico costituzionale a La Sapienza di Roma, sul progetto di riforma costituzionale del governo Renzi. 

L'analisi di Antonio Ruggeri, professore ordinario di Diritto costituzionale Università di Messina, sul ddl costituzionale del governo Renzi.

L'analisi del Prof. Stefano Ceccanti, ordinario di Diritto costituzionale italiano e comparato presso La Sapienza di Roma, sulle riforma costituzionale per la rivista www.federalismi.it.

Un contributo del professor Andrea Morrone, ordinario di Diritto costituzionale all'Università di Bologna, sulla riforma costituzionale del governo Renzi. 

i resoconti delle audizioni tenute in Commissione affari costituzionali della Camera dal Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, sulle linee programmatiche, nei giorni 9 aprile e 16 aprile 2014.

“Per il nuovo Senato è necessario un riequilibrio fra i rappresentanti delle regioni e quelli dei comuni, come ha chiesto Piero Fassino per l’Anci. Il superamento del bicameralismo partitario è un bene in assoluto, una priorità per il Paese e dunque anche per le autonomie locali che governano per bisogni essenziali dei cittadini. Lo squilibrio che si è creato a sfavore dei comuni e l’elezione dei nostri rappresentanti che avverrebbe nei consigli regionali non si giustificano. Le intese fra i partiti per un largo consenso sono necessarie, ma a queste non si possono sacrificare la logica e il rispetto dell’autonomia delle istituzioni”. Così il presidente di Legautonomie Marco Filippeschi, sindaco di Pisa, che interviene a commentare la discussione del testo di riforma della Costituzione in corso in Senato.

di Marco Filippeschi, Sindaco di Pisa e presidente nazionale di Legautonomie

Sergio Mattarella sarà di certo un presidente garante della Costituzione, come vuole la Costituzione. Ma sarà anche il presidente che vorrà aiutare il parlamento e gli attori del sistema politico a sviluppare un percorso di riforme istituzionali profonde e di modernizzazione dello stato.

In particolare, sarà fondamentale l’attenzione al compimento e allo sviluppo di riforme che sono strettamente correlate: quella del parlamento e quella elettorale, quella delle regole e  delle condizioni d’esercizio del ruolo dei partiti politici e quelle della pubblica amministrazione.

La biografia politica del nostro presidente, la sua formazione e le sue esperienze nelle massime istituzioni di garanzia danno già un profilo molto marcato. Ma forse è la biografia intellettuale, sono le radici culturali di un’appartenenza politica a dare certezza di un’interpretazione attiva e propositiva del suo compito. 

Servono culture nuove e non ostruzionismi
di Marco Filippeschi, sindaco di Pisa e presidente nazionale di Legautonomie

La nuova legge elettorale votata in Senato è o no un passo in avanti? Questa è la domanda che interessa a tutti di fronte alla necessità del superamento di una legge definita «una porcata» dal suo presentatore, bocciata dalla Corte costituzionale, e a confronto con la legge che residua dalla sentenza della stessa Corte con cui voteremmo oggi in caso di elezioni anticipate. Credo che si possa dire e dimostrare che è un bel progresso e che Berlusconi che ora la vota arretra di molto rispetto a sue posizioni iniziali.

Il conflitto nel Pd di questi giorni motivato, in particolare, con la ragione dell’estensione del voto di preferenza – per garantire, si dice, un parlamento fatto di eletti dai cittadini e non di «nominati» – mi pare fuorviante. Emerge chiaro che la ragione vera della battaglia di una minoranza è il rischio percepito di una marginalizzazione della sua rappresentanza parlamentare, domani, in forza d’imposizioni della maggioranza, in organi dirigenti del partito dove, per l’esito di un congresso, Matteo Renzi può vantare una salda prevalenza numerica. 

Riforma costituzionale: leggere direttamente i testi per giudicare nel merito
di Stefano Ceccanti, costituzionalista

Il testo nel suo complesso, dopo la cinquantina di emendamenti approvati tra Commissione e Aula, tra cui vari di drafting e/o di dettaglio, ha nella sostanza, direi al novanta per cento per quantità e qualità, confermato l'impianto giunto dal Senato, per cui, a cominciare dalla composizione del Senato stesso, questi aspetti non possono più essere modificati. La navette del Senato potrà infatti intervenire solo sulle parti modificate: tecnicamente, al netto delle variabili politiche, potrà quindi essere piuttosto rapida. Le novità qualitative qui sotto illustrate sono in sostanza solo tre: una negativa anche se non così rilevante (il controllo preventivo anche retroattivo sulle sole leggi elettorali), una decisamente negativa e preoccupante (l'innalzamento dei quorum per l'elezione del Capo dello Stato), una coerente con l'impianto l'ulteriore precisazione di alcune competenze statali). In ogni caso, dal punto di vista tecnico, risulta difficile motivare un voto complessivo diverso tra Senato e Camera, quando i testi sono in sostanza quasi identici.

di Sergio Fabbrini, direttore della LUISS School of Government

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, l'Argentina era uno dei paesi più ricchi ed istruiti al mondo. Persino di più del Regno Unito, la grande potenza di quel periodo. A partire dagli anni Trenta del secolo scorso, l'Argentina ha iniziato un declino irreversibile, contrassegnato da colpi di stato, insorgenze populistiche, corruzione diffusa, ritardi tecnologici, economia assistita. uel declino non si è più arrestato. Alla fine del secolo scorso portò addirittura al default finanziario del paese. I fattori che hanno contribuito alla parabola argentina sono diversi. Due sono stati però determinanti. La debolezza delle sue istituzioni politiche e l'irresponsabilità di chi le ha controllate. La vicenda italiana della riforma costituzionale ricorda molto l'esperienza argentina.

di Roberto D'Alimonte, direttore del Centro Italiano Studi Elettorali (CISE)

Molti si chiedono se lo strappo tra Renzi e Berlusconi sulla elezione del Presidente della Repubblica metterà a rischio l'approvazione dell'Italicum. Come è noto la riforma elettorale è stata approvata a marzo 2014 alla Camera e la settimana scorsa al Senato. Il testo del Senato è però molto diverso da quello originale per cui dovrà tornare alla Camera per un ulteriore passaggio. È possibile che dopo quello che è successo in questi giorni la sua definitiva approvazione sia a rischio? Non ci crediamo.

Il processo di revisione costituzionale dopo l’approvazione, da parte della Camera nel marzo scorso, è giunto a un nuovo giro di boa. Sull’impianto, le finalità, l’assetto normativo del disegno di legge ho già avuto l’onore di pronunciarmi in altre occasioni e in altre audizioni parlamentari. Non è quindi mia intenzione tornare su questo punto. Mi troverei a ripetere concetti già espressi e a ribadire questioni già poste. Mi limito pertanto ad avanzare brevemente solo qualche riflessione sulle modificazioni apportate dall’altro ramo del Parlamento. Si tratta di novità in alcuni casi significative, in altri molto di meno. In alcuni casi inutili, in altri inevitabili. Mi riferisco, a questo riguardo, a quelle parti del disegno che più di altre risentivano della foga procedurale che ha contrassegnato il dibattito parlamentare sulle riforme

In queste note rivolgerò la mia attenzione ai due assi centrali della riforma costituzionale giunta all’esame del Senato: il bicameralismo e il riassetto delle competenze legislative tra Stato e Regioni. Prima di affrontare il merito delle questioni, è necessario spendere però qualche battuta sul problema dei limiti di proponibilità degli emendamenti che incontra il Senato in questa fase interna alla prima deliberazione del testo di revisione. Viene in rilievo l’art. 104 R.S., che disciplina in generale la “navette” dei disegni di legge tra i due rami del Parlamento e trova applicazione anche alla prima lettura dei disegni di legge costituzionale1 . Esso prevede che «se un disegno di legge approvato dal Senato è emendato dalla Camera dei deputati, il Senato discute e delibera soltanto sulle modificazioni apportate dalla Camera» e aggiunge che «nuovi 1 Alla seconda lettura si applica invece l’art. 123 R.S., come si dirà di seguito nel testo. 2 emendamenti possono essere presi in considerazione solo se si trovino in diretta correlazione con gli emendamenti introdotti dalla Camera dei deputati».

Gaetano Azzariti è Professore ordinario di diritto costituzionale presso "La Sapienza” di Roma

Mi limiterò a svolgere alcune osservazioni in riferimento all’attuale fase del procedimento di revisione costituzionale, tralasciando valutazioni più di fondo sull’impianto complessivo della riforma, sul quale - in questo momento e in questa sede - non sembra si voglia tornare. Svilupperò, dunque, le mie considerazioni all’interno della logica definita dal disegno di legge costituzionale per come si è andato sin qui conformando, senza spingermi a prospettare modelli alternativi in ipotesi più coerenti e radicali, ma ormai, almeno in questa legislatura, usciti dall’orizzonte del possibile. Prenderei spunto da un’indicazione assai preziosa contenuta nella relazione della Presidente Finocchiaro. La riforma del modello parlamentare bicamerale - si legge nella relazione - deve operare guardando unitariamente alla natura, alle funzioni e alla composizione del Senato. Tre aspetti che possono essere distinti solo da un punto di vista argomentativo, essendo, invece, tra loro strettamente connessi dal punto di vista sostanziale.

Intervento del Presidente emerito Giorgio Napolitano in 1° Commissione Affari Costituzionali del Senato

Signora Presidente, cari colleghi,

vorrei sottoporvi alcune considerazioni, dettatemi dall’essere stato testimone e partecipe – e siamo ormai rimasti in pochi – dei molteplici tentativi di revisione costituzionale succedutisi nel nostro Parlamento. Tentativi, tutti – a cominciare dalla Commissione Bozzi del 1983-85 – ispirati dalla presa di coscienza della incompiutezza e della grave debolezza, per aspetti cruciali, che caratterizzarono il testo definitivo della Carta approvata il 22 dicembre 1947 rispetto al disegno originariamente concepito dai Costituenti. Un’incompiutezza e una debolezza relative all’ “ordinamento della Repubblica” che hanno a lungo pesato sul modo di essere e di operare dello Stato repubblicano e hanno costituito un problema rimasto aperto fino ad oggi. Un problema che ha assunto per alcuni versi una crescente ed estrema criticità in anni recenti, tanto da imporsi all’attenzione del Parlamento e delle forze politiche fin dall’inizio di questa legislatura e già nel corso della legislatura precedente.

Antonio D’Atena, Presidente dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti

Per evitare che il titolo di questo lavoro alimenti aspettative eccessive, preciso subito che in esso non esaminerò tutti i contenuti del d.d.l. cost. approvato, in sede di prima deliberazione,dal Senato della Repubblica l’8 agosto 2014 e, con modificazioni, dalla Camera dei Deputati il 10 marzo 2015, ma mi soffermerò esclusivamente sulla riforma del bicameralismo e sul riparto delle competenze legislative. Due oggetti, peraltro, indiscutibilmente centrali nell’economia della riforma e, in qualche modo, interconnessi. È, infatti, evidente che, se,come negli ordinamenti federali, la seconda Camera immette nel procedimento legislativo centrale le entità sub-statali, lo stesso riparto delle competenze viene ad assumere una valenza diversa, per effetto dell’attenuazione del carattere eteronomo della legislazione centrale. Alla quale, sia pure in termini che variano da ordinamento ad ordinamento, le entità predette concorrono, attraverso l’organo in cui trovano la propria unitaria proiezione istituzionale.

di Roberto Bin, Professore ordinario di Diritto costituzionale all'Università di Ferrara

1. Le false ragioni di un Senato inutile. - La riforma del Senato sembrairrimediabilmente orientata all'elezione indiretta dei suoi componenti. È la soluzionepeggiore tra quante sono prospettabili. Provo a spiegare le ragioni di un'affermazione cosìtranchant.Nella sua proposta iniziale, il governo aveva delineato una soluzione ben diversa:Senato composto da presidenti di regione e sindaci del capoluogo, nonché da dueconsiglieri regionali e due sindaci eletti indirettamente dai consigli regionali. Non era certouna soluzione semplice né completamente persuasiva. Tuttavia era una un'ipotesiperfettibile con qualche ritocco: per esempio, togliendo la regola della pari rappresentanzadelle regioni e inserendo invece la regola per cui i rappresentanti di una regione devonocomunque esprimere un voto unitario1. Invece nel dibattito parlamentare, prima in Senatoe poi alla Camera, questa impostazione è stata sfigurata, giungendo alla soluzione delsenato eletto indirettamente dai consigli regionali, per metà nel loro seno, per l'altra tra isindaci in carica. Di voto unitario non si parla proprio, anzi si prevede che l'elezione deisenatori avvenga con metodo proporzionale per liste contrapposte, garantendo così che larappresentanza della regione si presenti spaccata lungo la stessa cleavage che separa lecomponenti politiche in regione.

del Prof. Paolo Carnevale, Ordinario di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università degli Studi di Roma Tre

Se si vogliono avanzare riserve nei confronti del disegno di legge di revisione costituzionale dell’intera seconda parte della Costituzione, presentato dal Presidente del Consiglio e dal Ministro per le riforme costituzionali ed attualmente in discussione alle Camere (ddl Renzi-Boschi), è possibile farlo da un duplice punto di vista. Si possono contestare le ragioni di fondo, le linee-guida, gli indirizzi della revisione e,se del caso, le matrici ideali ispiratrici, non apprezzando – che so – il prefigurato processo di(ulteriore) rafforzamento della posizione del Governo, la conseguente (ulteriore) marginalizzazione del ruolo parlamentare, la perdita della diretta rappresentatività popolare della seconda Camera e l’incertezza del modello prescelto per essa, il trend di ricentralizzazione in capo allo Stato dell’esercizio della potestà legislativa a scapito dell’autonomia regionale, ecc. Ma si può pure, accettando ed immergendosi nella logica del disegno riformatore, evidenziare le aporie e le indeterminatezze che lo caratterizzano, segnalando talune bizzarrie procedimentali, eccessi di incertezza, incoerenze e profili di contraddizione: dalla intricata moltiplicazione dei diversi procedimenti legislativi previsti, all’assenza della previsione di una prorogatio per i senatori che rischia di portare alla paralisi la seconda Camera; dai dubbi sul procedimento di conversione dei decreti-legge e sul c.d. voto a data certa, al richiamo allo statuto della minoranza nel regolamento del Senato, ecc.

di Roberto Zaccaria, già Ordinario di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università degli Studi di Firenze

Ho chiesto di intervenire sul tema del procedimento legislativo. Prima però vorrei fare una rapida premessa. In questa riforma costituzionale un dato mi colpisce profondamente: lo scostamento tra i principi e la loro attuazione nel testo della riforma. I principi, o almeno quelli che vengono più spesso richiamati, sono condivisibili (superamento del bicameralismo, senato come organo rappresentativo delle autonomie, riduzione del numero dei parlamentari…) ma l’attuazione e a volte (più semplicemente) la scrittura di questi principi suscita in me molte riserve.

Questa considerazione non mi pare trascurabile perché se la riforma venisse approvata avremo certamente il referendum e il referendum si giocherebbe quasi esclusivamente sui principi. La loro attuazione, la loro scrittura è questione che io temo interessi solo ai costituzionalisti.

Veniamo al procedimento legislativo. Ne ha parlato molto bene Romboli. Vorrei per un attimo ricordare che questo capitolo si ricollega nel dibattito pubblico al tema della semplificazione normativa. Anzi per essere più preciso si sente dire che il superamento del bicameralismo dovrà produrre il risultato di semplificare il processo di produzione normativa. C’è un vago sapore efficientistico in questo richiamo.In questo caso non ho citato il principio tra quelli che mi piacciono perché io non credo che questo tipo di semplificazione sia un valore auspicabile e che corrisponda ad una corretta interpretazione del principio democratico.

del Prof. Tomaso F. Giupponi, Ordinario di Diritto costituzionale nell’Università degli Studi di Bologna

1. Due brevi premesse

Ogni tentativo di analisi del percorso di riforma istituzionale avviato nel corso della XVII legislatura su iniziativa del governo Renzi deve, a mio giudizio, partire da alcune brevi premesse metodologiche. La prima attiene alla stessa individuazione del significato della nozione di “forma di governo”: cosa si intende, infatti, con tale formula? È espressione che rinvia a categorie meramente descrittive o prescrittive? A ben vedere, i diversi modelli di forma di governo elaborati in dottrina (sia dai giuristi sia dai politologi) non sono altro che astrazioni costruite attraverso la generalizzazione di costanti riscontrate all’interno dei diversi ordinamenti giuridici statali. Proprio per questo, sembrano evidenziare alcune regolarità comuni ai diversi ordinamenti appartenenti a ciascuna categoria, più che esprimere vere e proprie regole (le quali, con diverse sfumature, appaiono invece esclusivamente quelle presenti all’interno di ciascun ordinamento giuridico). Se questo è vero, allora, voler trarre delle conseguenze di tipo prescrittivo dalla riconduzione di un dato ordinamento statale all’una o all’altra tipologia di forma di governo appare discutibile sul piano del metodo.

del Prof. Mauro Volpi, Ordinario di Diritto pubblico comparato nell’Università degli Studi di Perugia

Tre sono le questioni che ritengo debbano essere al centro della nostra riflessione. Il primo punto sul quale occorre pronunciarsi è se le riforme avranno o meno un’incidenza sulla forma di governo. Ovviamente, mentre la riforma elettorale è già divenuta legge, la n.52/2015, quella costituzionale è ancora in itinere e quindi si tratterà di vedere se sarà approvata nella sua versione attuale o e verrà modificata, ma comunque difficilmente si tratterà di modifiche significative in quanto il Senato potrà solo intervenire sulle parti emendate dalla Camera, a meno che (ma pare fortemente improbabile) non si intenda ricominciare il procedimento di revisione dall’inizio. Non possiamo quindi fare altro che basarci sul testo approvato dalla Camera il 10 marzo 2015. In secondo luogo, qualora si ritenga che le riforme incidano sui rapporti fra Parlamento e Governo, occorre chiedersi se influenzeranno solo il funzionamento della forma di governo parlamentare disegnata dalla Costituzione o determineranno un cambiamento della forma di governo. Infine, se si propende per la seconda ipotesi, ci sideve interrogare sulle caratteristiche che la “nuova” forma di governo verrebbe ad assumere.

I sindaci sono favorevoli alla riforma del Senato
di Marco Filippeschi, Presidente Legautonomie e sindaco di Pisa

"I sindaci sono favorevoli alla riforma del Senato e al superamento del bicameralismo paritario. È una vera svolta per l'Italia. La demagogia e il vuoto radicalismo populista, che disprezzano di fare i conti con la realtà, e prima ancora l'incultura istituzionale o un conservatorismo interessato da ceto politico parlamentarizzato, sono lo specchio del fallimento della politica e del discredito di una classe dirigente politica, che hanno un prezzo enorme per il nostro paese. Stare fermi significa aprire la strada ad un avvitamento della crisi democratica e ad una completa e pericolosissima perdita di controllo dei residui spazi d'intervento per arginare la crisi finanziaria dello Stato ancora incombente, la stessa crisi che ormai schiaccia le comunità locali. Vorrebbe dire compromettere i segnali di ripresa. Questo è il vero rischio che oggi si corre. Questa è la sostanza degli appelli drammatici per la riforma rivolti dai presidenti Napolitano e Mattarella al Parlamento.

di Luca Castelli, Dipartimento Economia, Università di Perugia

Nel 2010 ho pubblicato un libro che si intitola «Il Senato delle autonomie. Ragioni, modelli, vicende», in cui illustravo le ragioni di ordine costituzionale che depongono a favore della trasformazione della seconda Camera in un organo rappresentativo delle autonomie territoriali. In quel volume sostenevo, tra le altre cose, che questa nuova seconda Camera dovesse essere sganciata dal circuito fiduciario; dovesse essere composta anche da enti locali; e che la rappresentanza regionale dovesse essere espressa dai Consigli regionali. Dunque guardo con favore a questo progetto di riforma e ne condivido l’impianto di fondo. Nondimeno, cercherò di evidenziarne le luci e anche qualche ombra.

Partiamo dalle luci: anzitutto è un Senato “delle autonomie” e non “delle (sole) Regioni” e mi fa piacere sottolinearlo in questa sede. Non era affatto scontato trasformarlo in una Camera di rappresentanza territoriale, sia perché questa trasformazione richiedeva il consenso dell’organo interessato e non era facile immaginare che il Senato fosse “votato” al suicidio istituzionale e tagliasse il ramo su cui era seduto; inoltre, sembrava del tutto improponibile – quasi illuministica – la pretesa di mettere in discussione un caposaldo fondamentale della rappresentanza politica: l’elezione diretta dei senatori.

di Stefano Ceccanti, ordinario di Diritto pubblico comparato all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza"

"J’aime tellement l’Allemagne que je préfère qu’il y en ait deux" (François Mauriac)

1- Premessa: l’analogia tra le due Germanie e il bicameralismo ripetitivo

Il Senato italiano ha infatti appena votato la riforma del bicameralismo nella lettura veramente decisiva, dato che per ragioni politiche le successive si limiteranno solo a ribadire il testo, mentre il passaggio risolutivo sarà il referendum che si svolgerà tra circa un anno. Com’è noto, infatti, l’articolo 138 della Costituzione italiana prevede che in caso di testo votato a maggioranza assoluta dei componenti da entrambe le Camere, ma inferiore ai due terzi di essi, sia possibile chiedere il referendum popolare confermativo.

Nel caso specifico lo stesso Governo ha annunciato di essere favorevole. Ho utilizzato in apertura la frase di Mauriac nota ai francesi e che, invece gli italiani attribuiscono ad Andreotti (che la usò senza citare l’Autore nel momento in cui tentava vanamente di opporsi alla riunificazione tedesca e, con essa, alla messa in discussione del primo sistema italiano dei partiti che era modellato sulla divisione di Yalta), perché infondo dietro quell’affermazione vi erano le stesse ragioni che spinsero nell’ultima parte dei lavori dell’Assemblea Costituente italiana, segnata dalla Guerra Fredda, ad approvare un bicameralismo ripetitivo.

di Carlo Fusaro, professore ordinario di Diritto elettorale

La tesi di questo articolo è semplice: mi sono persuaso che non solo in Italia ma in tutta Europa il regime parlamentare non se la passi affatto bene; la sua funzionalità, intesa come capacità di conciliare funzione rappresentativa delle assemblee elettive e governabilità (cioè efficienza del sistema delle decisioni collettive pubbliche ovvero la forma di governo) sembra in fase di progressiva riduzione; le sue prospettive si fanno di anno in anno più incerte, fino al punto che mi domando se non si debbano cercare soluzioni nuove, o addirittura alternative, specie se si rifiuta di adottare quelle che potrebbero permettergli, forse, di tornare a livelli di rendimento più elevati (a condizione,però, di pagare prezzi che non è detto si sia disposti a pagare e che, comunque, molti – legittimamente, anche se io non la penso così – non sono disposti a pagare).

Questa riflessione trae spunto dalle vicende della forma di governo italiana e,recentemente, del Regno Unito (da qui il titolo), ma tiene anche conto dell’esperienza di altri ordinamenti a forma di governo parlamentare, a partire dalla stessa Germania, dalla Spagna, dal Belgio, dalla Grecia: esperienza confermata, come vedremo, da una comparazione che tiene conto dei regimi politico-istituzionali di tutti e ventotto gli attuali membri dell’Unione Europea.

di Augusto Barbera, professore emerito di diritto costituzionale nell'Università di Bologna

Quali i margini per la modificazione del testo all’esame del Senato? L’intervenuta approvazione in modo “doppio e conforme” da parte di entrambe le Camere delle norme sulla composizione del Senato consente ulteriori spazi di modifica della stessa? Ai sensi dell’art. 104 del Regolamento del Senato, il voto dovrebbe intervenire sulla parte modificata alla Camera, legata al dubbio sull’eventuale decadenza dei sindaci eletti al Senato. In ogni caso, sempre in base al medesimo articolo, “eventuali emendamenti possono essere presi in considerazione solo se si trovano in diretta correlazione con gli emendamenti introdotti dalla Camera dei deputati”. Non vedo la "diretta correlazione" con la composizione del Senato. Spero comunque che una riforma siffatta non debba subire, sarebbe paradossale, le conseguenze di un cambio di preposizione articolata (“nei” e “dai” peraltro voluta dalla Camera per meglio esprimere gli intendimenti del testo del Senato). Non condivido in proposito la tesi di qualche mio collega, che contrasterebbe con la logica giuridica e con la prassi parlamentare, che esclude le applicazioni del regolamento per l’approvazione dei progetti di riforma costituzionale (salvo ovviamente il principio del “nemine contra dicente”).

Ma so di non essere distaccato ed imparziale. Ho partecipato per tanti anni – decenni anzi – ai lavori di Commissioni o di studio o parlamentari sul tema delle riforma del parlamentarismo . Per la prima volta nel 1975 come relatore in un Convegno alle Frattocchie in cui l’allora Partito comunista discusse della riforma dividendosi fra monocameralisti e fautori di un Senato delle Regioni; di nuovo come Relatore in numerosi Convegni di studio organizzati da partiti o da centri culturali.Come parlamentare le occasioni sono state non meno numerose, dalla Commissione Bozzi (1983-1984) alla Commissione De Mita-Iotti (1992-1994) alle numerose discussioni parlamentari su progetti più volte arenatisi, tutte rintracciabili nei preziosi quaderni di documentazione del Servizio Studi del Senato,

di Beniamino Caravita di Toritto, Ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico nella Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione dell’Università “La Sapienza” di Roma

Anche se il procedimento legislativo di revisione costituzionale deve essere ancora concluso, già si affilano le armi per convincere il popolo italiano a votare No contro il tentativo di deformare la "Costituzione più bella del mondo" ovvero a votare Sì per una riforma che rimetta in ordine le "troppe lacune di un testo ormai invecchiato". I partiti (o, in alcuni casi, quel che resta di essi) useranno la clava del referendum per darsele di santa ragione, cercando di conquistare o riconquistare legittimazione e verginità perdute. D'altra parte, il referendum si presta: sì o no; luce o buio; bello o brutto. Molti intellettuali si schiereranno con l'una o l'altra posizione e discuteranno sul raccordo tra la riforma e progetti palingenetici - per chi sosterrà il Sì - ovvero tra la riforma e scenari distruttivi e reazionari - per chi sosterrà il No.

Tutto già visto; tutto già subìto; non ne abbiamo bisogno. Dopo due anni di serrato confronto parlamentare, mentre il dibattito politico referendario chiederà di prendere posizione in modo fideistico, oggi il ruolo dei costituzionalisti è quello di studiare, pacatamente e in dettaglio, le diverse soluzioni previste nel testo, esaminandone i pro e i contra, verificando gli strumenti di attuazione di cui ci sarà bisogno se il testo della riforma verrà approvato ovvero le ripercussioni sul testo vigente se la riforma verrà respinta. Solo un simile atteggiamento potrà permettere a quella particolare categoria di intellettuali che fanno della Costituzione il loro oggetto di studio di fornire un reale contributo alla discussione che si avvia nel Paese per i prossimi mesi.

di Marco Filippeschi, Sindaco di Pisa e Presidente nazionale di Legautonomie

Sostenendo la riforma costituzionale sosteniamo un cambiamento necessario. Una democrazia efficiente, con istituzioni più forti, per rendere più efficaci tutti i poteri. Per approvare le leggi con percorsi affidabili e trasparenti, comprensibili per i cittadini, rilegittimando il parlamento. Per governare con la certezza che all’assunzione di una chiara responsabilità conferita dagli elettori e alla distinzione fra i poteri sancita dalla Costituzione corrisponde la capacità di promuovere e gestire le riforme, per rimettere il nostro paese sul binario della crescita e della giustizia sociale. Per assicurare un equilibrio nuovo e dinamico fra i poteri centrali e quelli delle regioni e delle autonomie territoriali, superando l’oscillazione assurda fra la predica di un federalismo dimostratosi poco responsabile e la pratica un centralismo che comprime le capacità di sviluppo e indebolisce il legame fra i cittadini e i governi locali. 

Al tempio di Adriano, a Roma, il convegno di Legautonomie

 "Condividiamo la Riforma Costituzionale, ne riconosciamo lo straordinario valore d’innovazione e anche di svolta politica, e dunque la sosteniamo e la sosterremo nel Referendum del prossimo autunno". Così Marco Filippeschi, presidente nazionale di Legautonomie e sindaco di Pisa, all'apertura del convegno di Legautonomie dedicato alla riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione, disegnata dal ddl Boschi, che si è svolto questa mattina al Tempio di Adriano a Roma. 
"Legautonomie, - ha proseguito Filippeschi davanti a una numerosa platea di sindaci e amministratori locali intervenuti a Piazza di Pietra - che è un’associazione meno vincolata a doveri istituzionali che altre, un’associazione che quest’anno compie cento anni di vita, darà sponda, in particolare, all’impegno dei sindaci e degli amministratori locali". 

Pubblichiamo in allegato il testo integrale della relazione del Presidente di Legautonomie e sindaco di Pisa Marco Filippeschi, che ha aperto il convegno sulla riforma del Senato e sul referendum costituzionale giovedì 10 marzo, al Tempio di Adriano, a Roma.

Centenario di Legautonomie (1916-2016)
Riforme, Filippeschi: "I sindaci protagonisti cambiamento Paese. Loro impegno per realizzare riforma Senato, perché sia confermata nel referendum"

"L’impegno profuso per un profondo cambiamento dell’assetto costituzionale e del sistema parlamentare in primo luogo e per la rappresentanza parlamentare delle autonomie, è stato portato avanti in questi anni da Legautonomie prima che s’incardinasse il progetto di riforma del Senato", ha detto Marco Filippeschi, presidente nazionale di Legautonomie e sindaco di Pisa, introducendo il convegno 1916-2016 - Cento anni di Legautonomie che si è svolto questa mattina nella Sala Regina della Camera dei Deputati per le celebrazioni del centenario dell'associazione di comuni fondata a Bologna nel 1916. 
"Ora non serve mettere etichette - ha proseguito Filippeschi -, le riforme sono necessarie, sono una nostra sfida: tutto ciò che è invecchiato e che non funziona produce ingiustizia, diseguaglianze e egoismo. Se le riforme falliscono non fallisce un governo, fallisce un paese. Dobbiamo dimostrare che siamo un motore del cambiamento e che anche per la nostra azione passa la rilegittimazione della politica. E' questa dunque la motivazione dell’impegno degli amministratori locali per realizzare la riforma, perché sia confermata nel referendum, perché si sperimenti un vero investimento sul nuovo Senato", ha concluso Marco Filippeschi.

Ascolta tutti gli interventi

Repubblica TV - Intervento del Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi  (servizio di Marco Billeci)

Ripresa effettuata dalla WebTv della Camera dei deputati.  - video completo 

“Il superamento del bicameralismo ripetitivo e la trasformazione del Senato in camera delle autonomie è stato un nostro obiettivo. Ci siamo schierati in tempi non sospetti, con posizioni ufficiali dell’Anci. Credo proprio che i sindaci s’impegneranno perché la riforma sia confermata con il referendum. E penso che potrà essere un impegno trasversale alle appartenenze politiche. Siamo abituati a fare cose concrete, contribuiremo a mettere in uso una riforma che cambia davvero il nostro Paese”.
Così il sindaco di Pisa Marco Filippeschi, presidente nazionale di Legautonomie, l’associazione che ha sostenuto il progetto della riforma costituzionale per l’istituzione del Senato delle autonomie, per un Parlamento con una sola camera legislativa che dà la fiducia al Governo e che ha promosso il sito web senatodelleautonomie.it.

“Viviamo sulla pelle delle città i costi dell’arretratezza delle istituzioni, delle complicatezze burocratiche, dei tempi infiniti. Nella confusione si nascondono le responsabilità e le decisioni, quando arrivano, sono poco trasparenti. Tutto questo blocca la crescita. Con la riforma si danno responsabilità più chiare – sottolinea Filippeschi – dunque i cittadini possono tornare seguire la politica, con meno polveroni fatti ad arte, giudicando e scegliendo. Sarà ossigeno per la democrazia. Una politica migliore, alla portata dei più e un po’ meno a disposizione degli addetti ai lavori”.

di Luciano Violante, presidente emerito della Camera dei deputati

In allegato pubblichiamo un contributo di Luciano Violante, presidente emerito della Camera dei Deputati, sul tema della riforma della Costituzione e il referendum del prossimo 4 dicembre.

Nelle 34 slide di Violante sono spiegate in maniera chiara e precisa le ragioni del Sì alla Riforma, come il voto deciderà il futuro del nostro sistema politico: se confermare l’assetto del 1948, che peraltro era stato criticato anche da autorevoli costituenti, come Calamandrei e Dossetti, o scegliere per il cambiamento.

di Luciano Violante

I sostenitori della riforma costituzionale hanno una visione realistica: non è perfetta ma fa funzionare meglio il Paese. Gli avversari criticano le soluzioni adottate ma non propongono un progetto alternativo. Nessuno di loro difende l’esistente; d’altra parte molte importanti personalità del No hanno costituito, composto o presieduto comitati e commissioni per la riforma costituzionale. Non possono difendere oggi ciò che ieri hanno tentato di cambiare. La differenza tra il Sì e il No è netta: il Sì ha una concreta proposta di riforma e ha raccolto le firme per permettere ai cittadini di pronunciarsi. Il No, al di là delle critiche, a volte fondate, a singole regole, non ha una proposta alternativa e non ha neanche raccolto le firme per permettere ai cittadini di pronunciarsi.

Uno dei principali passi avanti permessi dalla riforma costituzionale è il pieno riconoscimento dell’Unione Europea nell’assetto istituzionale della Repubblica Italiana e soprattutto nella vita dei cittadini. In una fase così delicata per l’intera società europea, attraversata da rischi per la sua sicurezza, da una faticosa risalita dopo gli anni della crisi economica e da un clima di sfiducia generalizzata che alimenta demagogie e sterili nazionalismi, il rafforzamento dell’impronta “europea” della Costituzione italiana è un segnale di forza e di fiducia nel futuro dell’integrazione dell’intero Continente. Ma è anche, più pragmaticamente, il tentativo di avvicinare finalmente le istituzioni di Bruxelles ai cittadini, riducendo quella distanza e quella “freddezza” che a volte generano diffidenza e disagio. A maggior ragione per un Paese che, di quelle istituzioni, ne è un fondatore.

Cominciando l’intervista, abbiamo chiesto al professor Vassallo un’opinione sul rafforzamento dell’esecut ivo che risulta dal combinato disposto di legge elettorale e riforma del Senato. “Mi basta ricordare due dati di fatto. Primo: nel loro documento sono proprio i 56 professori del No che affermano di non ravvisare alcuna torsione autoritaria, al contrario di quanto ha sostenuto il professor Zagrebelsky prima e dopo averlo sottoscritto”.

Quel documento è stato scritto per essere il più condivisibile possibile. Il secondo dato di fatto?

I costituenti per ragioni storiche ben note decisero di dare al presidente del Consiglio poteri molto deboli. Per questo, sia nelle proposte del centrosinistra –almeno dal 1994 – sia in quelle del centrodestra, sono state da sempre proposte modifiche costituzionali per rafforzarli: l’indicazione del candidato sulla scheda a un sistema elettorale che favorisca una maggioranza al seguito del leader vincente, la fiducia al solo primo ministro, il potere di nomina e revoca dei ministri, la sfiducia costruttiva per evitare i ribaltoni, l’attribuzione del potere di sciogliere le Camere. Queste cose le hanno sostenute anche D’Alema da presidente della Bicamerale, Brunetta, Berlusconi e tanti altri che oggi parlano di svolta autoritaria. Il secondo dato di fatto è che, al contrario, nella riforma del 2016 non c’è nemmeno un singolo comma che aumenti i poteri del premier.

di Diego Fusaro, filosofo

[articolo pubblicato su http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/dfusaro/ il 5 giugno 2016]

Esprimiamo subito, senza giri di parole, il nostro punto di vista. Proprio perché a chiederci di votare sì al referendum costituzionale sono sire Renzi, il sistema bancario e quell’Unione Europea che di democratico non ha ormai nemmeno più l’apparenza, occorre votare NO, senza dubbi, esitazioni e ripensamenti.

Questa riforma costituzionale “ce la chiede l’Europa”, ossia la stessa entità antidemocratica che ci chiede austerità e spending review, tagli alla spesa pubblica e ai diritti: il sistema neoliberista vincente aspira a destrutturare le costituzioni degli Stati sovrani, per imporre senza limitazioni il proprio regime di mercato assoluto.

L’Unione Europea come trionfo dei capitali e della finanza necessita di istituzioni statali che eseguano cadavericamente e senza possibili obiezioni i diktat voluti dall’alto: l’Unione Europea vuole “riforme” limitative degli spazi di partecipazione democratica; vuole esecutivi forti e parlamenti deboli. Questa riforma costituzionale la vuole, poi, il sistema bancario internazionale, che nella Carta costituzionale italiana vede un fastidioso ostacolo all’instaurazione del proprio dominio assoluto.

di Stefano Ceccanti, costituzionalista

Per illustrare le ragioni della riforma utilizzerò in questa sede il noto documento di 56 costituzionalisti schierati per il No in modo da rispondere ad ognuna delle loro sei critiche che sostanzialmente riassumono l’insieme delle obiezioni possibili di natura puntuale e non apocalittica.

In questo senso il documento, pur comunque espressivo di sensibilità plurime unite soprattutto in negativo e comunque di una minoranza di studiosi (non a caso è stato sottoscritto solo da quattro dei quarantadue componenti della Commissione nominata dal governo Letta, una delle quali si era dimessa e altri tre che avevano in più occasioni espresso opinioni dissenzienti) è stato utile perché ha consentito di laicizzare positivamente il dibattito.

Il primo argomento critico è quello per cui il testo sarebbe stato approvato da una maggioranza ristretta e variabile. In realtà è stato elaborato e votato nelle prime letture dal Pd e dall’intero centrodestra, mentre il M5S si è autoescluso. L’unica cosa che è variata è stata che dopo l’elezione di Mattarella i parlamentari che hanno ri-fondato Forza Italia hanno votato contro non per ragioni di contenuto ma per quella elezione ritenuta una forzatura, mentre il resto degli eletti di centrodestra ha continuato a votare. Si è sempre trattato di una maggioranza di circa il 60% di Camera e Senato, nettamente al di sopra di quella richiesta dall’articolo 138 e comunque soggetta alla futura verifica referendaria. Procedere altrimenti, ossia bloccarsi per il consenso venuto meno di Forza Italia, avrebbe significato accettare non già la logica delle riforme condivise ma un potere di veto immotivato nel merito.

di Franco Debenedetti

Il convegno su “Antonio Maccanico e il dibattito costituzionale”, tenutosi a Roma la scorsa settimana, a dieci anni dalla pubblicazione della raccolta delle sue riflessioni sul tema, è stata l’occasione per illustrare continuità e differenze riguardo a problemi presenti nel dibattito politico fin dalla promulgazione della Carta nel 1948. Cresciuti di importanza col passare degli anni e del succedersi degli infruttuosi tentativi di risolverla, sono diventati dominanti con l’avvicinarsi di ottobre, quando il popolo italiano dovrà esprimersi sul progetto di riforma che Matteo Renzi è riuscito a far approvare dal Parlamento. C’è stato chi (Giorgio La Malfa) ha visto nell’iniziativa l’indebito tentativo di arruolare alla causa del “sì” chi ha combattuto altre battaglie; è stata invece l’occasione per riscoprire le radici delle questioni di cui si tratta.

Intervista a Dario Parrini, segretario del Pd toscano ed esperto di sistemi elettorali - La Stampa, 25 luglio 2016

Premio di lista, ballottaggio a due e 55% di seggi a chi vince». Sono i pregi dell’Italicum, difeso da Dario Parrini, che oltre ad essere renziano col marchio docg e segretario del Pd toscano, è anche il maggior esperto di sistemi elettorali tra i parlamentari di riferimento del premier. Per lui, fatte le dovute premesse, l’Italicum è anche modificabile, ma in chiave ancora più renziana.

Ma il governo farà una proposta per modificarlo prima del referendum?

«Non credo proprio. L’Italicum è un ottimo punto di equilibrio tra rappresentatività e governabilità per risolvere un problema: come avere, nel contesto tripolare emerso con le elezioni del 2013, un sistema elettorale in cui la maggioranza di governo è scelta dai cittadini al momento del voto e dura stabilmente cinque anni, come nei comuni e nelle regioni. L’Italicum non piace a chi vuol affidare la scelta della maggioranza di governo non ai cittadini, ma alle alchimie parlamentari post-voto. Non piace a chi vorrebbe il premio alla coalizione per garantire il potere di veto dei piccoli partiti senza considerare un problema l’instabilità degli esecutivi. O a chi vuole il turno unico, che col tripolarismo comporta il rischio di dover ricorrere alle larghe intese Pd-Forza italia».

La legge di riforma costituzionale varata dal Parlamento e che il prossimo autunno sarà sottoposta al voto referendario, modificando la Parte Seconda della Costituzione, punta a rafforzare e semplificare il governo del Paese. I promotori del progetto di modifica della Carta sottolineano la necessità di superare la lentezza, l’inefficienza e i costi del bicameralismo paritario indifferenziato così come l’instabilità di Governo derivante dalla difficoltà ad avere maggioranze conformi nei due rami del Parlamento.

Un altro aspetto particolarmente rimarcato dai fautori della riforma è quello della necessità di istituzioni più efficienti ed adeguate, indispensabili per il rilancio del nostro Paese di fronte alla sfida dell’economia globalizzata. La riforma, infatti, oltre a determinare un risparmio per le spese dello Stato – risparmio derivante dal taglio dei costi della politica (riduzione del numero di parlamentari, abolizione delle province, soppressione del Cnel) - dovrebbe avere effetti positivi anche sull’economia del Paese proprio in virtù del fatto che le riforme istituzionali (costituzionali, elettorali, regolamentari), unitamente a quelle della pubblica amministrazione, del mercato del lavoro, della scuola, della giustizia e del sistema bancario, rappresentano la premessa indispensabile per un rilancio solido e duraturo dell’Italia. Stabilità politica, governi e organi di rappresentanza più funzionali, procedure legislative meno complesse e tempi di decisione più ristretti, superamento della conflittualità fra Stato centrale, Regioni ed enti locali sono una variabile determinante per rilanciare e rafforzare la crescita dell’Italia.

Legautonomie promuove petizione per Senato delle Autonomie
IN ALLEGATO L'APPELLO E IL MODULO PER DARE LA TUA ADESIONE

Legautonomie promuove una raccolta di firme per una petizione a sostegno della proposta per un Senato delle Autonomie.
 L’iniziativa mira a dare rappresentanza alle autonomie regionali e locali, consentendo in tempi più rapidi decisioni di indirizzo politico da sottoporre a tutti i livelli istituzionali di governo, dando così applicazione alla trasformazione federalista della Repubblica.

Le trascrizioni degli interventi svolti e le registrazioni audio del Convegno

Da disegno originario della Costituzione agli albori di un riassetto dei poteri della Repubblica, in cui s'inserisce la riforma del Senato. Di questo e i molto altro spiega l'on. Violante nell'intervista rilasciata al periodico di Legautonomie "Autonomie e Comunità" (n. 37/2012)

In allegato

Relazione di Marco Filippeschi, presidente di Legautonomie e sindaco di Pisa

Il presidente di Legautonomie e sindaco di Pisa, interviene su l'Unità (19 febbraio 2012)

Nota del sen. Stefano Ceccanti, ordinario di Diritto pubblico comparato all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza"

Articolo di Marco Filippeschi, presidente di Legautonomie e sindaco di Pisa, pubblicato su Italia Oggi (27 gennaio 2012)

Settimanale di approfondimento tematico. Online dal 26 gennaio 2012 su www.legautonomie.it / www.dire.it

L'argomento della settimana: "La riforma del Parlamento, il Senato delle Regioni e delle Autonomie"

Nota stampa rilanciata dalle agenzie dell'on. Salvatore Vassallo, primo firmatario della proposta di legge in materia di bicameralismo (C4915). 

di Marco Filippeschi, pubblicato su L'Unità il 24 ottobre 2011

"Il bicameralismo perfetto italiano oggi è una macina al collo del Paese e deve essere superato, per dare spazio al protagonismo dei territori e delle comunità locali. Dobbiamo pretendere che si arrivi finalmente alla svolta voluta da una maggioranza larghissima e trasversale dei cittadini." Continua...

di Massimo Rubechi, pubblicato su L'Unità il 24 ottobre 2011

Con la creazione di una Camera delle autonomie si avrebbe una riduzione fisiologica del numero dei parlamentari e si renderebbe finalmente più rapido e più efficiente il processo di approvazione delle leggi. Continua...

di Graziano Delrio, pubblicato su L'Unità il 24 ottobre 2011

"Non Senato delle regioni, ma delle autonomie". Continua ...

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