di Luciano Violante, presidente emerito della Camera dei deputati

In allegato pubblichiamo un contributo di Luciano Violante, presidente emerito della Camera dei Deputati, sul tema della riforma della Costituzione e il referendum del prossimo 4 dicembre.

Nelle 34 slide di Violante sono spiegate in maniera chiara e precisa le ragioni del Sì alla Riforma, come il voto deciderà il futuro del nostro sistema politico: se confermare l’assetto del 1948, che peraltro era stato criticato anche da autorevoli costituenti, come Calamandrei e Dossetti, o scegliere per il cambiamento.

Intervista a Dario Parrini, segretario del Pd toscano ed esperto di sistemi elettorali - La Stampa, 25 luglio 2016

Premio di lista, ballottaggio a due e 55% di seggi a chi vince». Sono i pregi dell’Italicum, difeso da Dario Parrini, che oltre ad essere renziano col marchio docg e segretario del Pd toscano, è anche il maggior esperto di sistemi elettorali tra i parlamentari di riferimento del premier. Per lui, fatte le dovute premesse, l’Italicum è anche modificabile, ma in chiave ancora più renziana.

Ma il governo farà una proposta per modificarlo prima del referendum?

«Non credo proprio. L’Italicum è un ottimo punto di equilibrio tra rappresentatività e governabilità per risolvere un problema: come avere, nel contesto tripolare emerso con le elezioni del 2013, un sistema elettorale in cui la maggioranza di governo è scelta dai cittadini al momento del voto e dura stabilmente cinque anni, come nei comuni e nelle regioni. L’Italicum non piace a chi vuol affidare la scelta della maggioranza di governo non ai cittadini, ma alle alchimie parlamentari post-voto. Non piace a chi vorrebbe il premio alla coalizione per garantire il potere di veto dei piccoli partiti senza considerare un problema l’instabilità degli esecutivi. O a chi vuole il turno unico, che col tripolarismo comporta il rischio di dover ricorrere alle larghe intese Pd-Forza italia».

La legge di riforma costituzionale varata dal Parlamento e che il prossimo autunno sarà sottoposta al voto referendario, modificando la Parte Seconda della Costituzione, punta a rafforzare e semplificare il governo del Paese. I promotori del progetto di modifica della Carta sottolineano la necessità di superare la lentezza, l’inefficienza e i costi del bicameralismo paritario indifferenziato così come l’instabilità di Governo derivante dalla difficoltà ad avere maggioranze conformi nei due rami del Parlamento.

Un altro aspetto particolarmente rimarcato dai fautori della riforma è quello della necessità di istituzioni più efficienti ed adeguate, indispensabili per il rilancio del nostro Paese di fronte alla sfida dell’economia globalizzata. La riforma, infatti, oltre a determinare un risparmio per le spese dello Stato – risparmio derivante dal taglio dei costi della politica (riduzione del numero di parlamentari, abolizione delle province, soppressione del Cnel) - dovrebbe avere effetti positivi anche sull’economia del Paese proprio in virtù del fatto che le riforme istituzionali (costituzionali, elettorali, regolamentari), unitamente a quelle della pubblica amministrazione, del mercato del lavoro, della scuola, della giustizia e del sistema bancario, rappresentano la premessa indispensabile per un rilancio solido e duraturo dell’Italia. Stabilità politica, governi e organi di rappresentanza più funzionali, procedure legislative meno complesse e tempi di decisione più ristretti, superamento della conflittualità fra Stato centrale, Regioni ed enti locali sono una variabile determinante per rilanciare e rafforzare la crescita dell’Italia.

di Franco Debenedetti

Il convegno su “Antonio Maccanico e il dibattito costituzionale”, tenutosi a Roma la scorsa settimana, a dieci anni dalla pubblicazione della raccolta delle sue riflessioni sul tema, è stata l’occasione per illustrare continuità e differenze riguardo a problemi presenti nel dibattito politico fin dalla promulgazione della Carta nel 1948. Cresciuti di importanza col passare degli anni e del succedersi degli infruttuosi tentativi di risolverla, sono diventati dominanti con l’avvicinarsi di ottobre, quando il popolo italiano dovrà esprimersi sul progetto di riforma che Matteo Renzi è riuscito a far approvare dal Parlamento. C’è stato chi (Giorgio La Malfa) ha visto nell’iniziativa l’indebito tentativo di arruolare alla causa del “sì” chi ha combattuto altre battaglie; è stata invece l’occasione per riscoprire le radici delle questioni di cui si tratta.

di Stefano Ceccanti, costituzionalista

Per illustrare le ragioni della riforma utilizzerò in questa sede il noto documento di 56 costituzionalisti schierati per il No in modo da rispondere ad ognuna delle loro sei critiche che sostanzialmente riassumono l’insieme delle obiezioni possibili di natura puntuale e non apocalittica.

In questo senso il documento, pur comunque espressivo di sensibilità plurime unite soprattutto in negativo e comunque di una minoranza di studiosi (non a caso è stato sottoscritto solo da quattro dei quarantadue componenti della Commissione nominata dal governo Letta, una delle quali si era dimessa e altri tre che avevano in più occasioni espresso opinioni dissenzienti) è stato utile perché ha consentito di laicizzare positivamente il dibattito.

Il primo argomento critico è quello per cui il testo sarebbe stato approvato da una maggioranza ristretta e variabile. In realtà è stato elaborato e votato nelle prime letture dal Pd e dall’intero centrodestra, mentre il M5S si è autoescluso. L’unica cosa che è variata è stata che dopo l’elezione di Mattarella i parlamentari che hanno ri-fondato Forza Italia hanno votato contro non per ragioni di contenuto ma per quella elezione ritenuta una forzatura, mentre il resto degli eletti di centrodestra ha continuato a votare. Si è sempre trattato di una maggioranza di circa il 60% di Camera e Senato, nettamente al di sopra di quella richiesta dall’articolo 138 e comunque soggetta alla futura verifica referendaria. Procedere altrimenti, ossia bloccarsi per il consenso venuto meno di Forza Italia, avrebbe significato accettare non già la logica delle riforme condivise ma un potere di veto immotivato nel merito.

di Luciano Violante

I sostenitori della riforma costituzionale hanno una visione realistica: non è perfetta ma fa funzionare meglio il Paese. Gli avversari criticano le soluzioni adottate ma non propongono un progetto alternativo. Nessuno di loro difende l’esistente; d’altra parte molte importanti personalità del No hanno costituito, composto o presieduto comitati e commissioni per la riforma costituzionale. Non possono difendere oggi ciò che ieri hanno tentato di cambiare. La differenza tra il Sì e il No è netta: il Sì ha una concreta proposta di riforma e ha raccolto le firme per permettere ai cittadini di pronunciarsi. Il No, al di là delle critiche, a volte fondate, a singole regole, non ha una proposta alternativa e non ha neanche raccolto le firme per permettere ai cittadini di pronunciarsi.

Uno dei principali passi avanti permessi dalla riforma costituzionale è il pieno riconoscimento dell’Unione Europea nell’assetto istituzionale della Repubblica Italiana e soprattutto nella vita dei cittadini. In una fase così delicata per l’intera società europea, attraversata da rischi per la sua sicurezza, da una faticosa risalita dopo gli anni della crisi economica e da un clima di sfiducia generalizzata che alimenta demagogie e sterili nazionalismi, il rafforzamento dell’impronta “europea” della Costituzione italiana è un segnale di forza e di fiducia nel futuro dell’integrazione dell’intero Continente. Ma è anche, più pragmaticamente, il tentativo di avvicinare finalmente le istituzioni di Bruxelles ai cittadini, riducendo quella distanza e quella “freddezza” che a volte generano diffidenza e disagio. A maggior ragione per un Paese che, di quelle istituzioni, ne è un fondatore.

Cominciando l’intervista, abbiamo chiesto al professor Vassallo un’opinione sul rafforzamento dell’esecut ivo che risulta dal combinato disposto di legge elettorale e riforma del Senato. “Mi basta ricordare due dati di fatto. Primo: nel loro documento sono proprio i 56 professori del No che affermano di non ravvisare alcuna torsione autoritaria, al contrario di quanto ha sostenuto il professor Zagrebelsky prima e dopo averlo sottoscritto”.

Quel documento è stato scritto per essere il più condivisibile possibile. Il secondo dato di fatto?

I costituenti per ragioni storiche ben note decisero di dare al presidente del Consiglio poteri molto deboli. Per questo, sia nelle proposte del centrosinistra –almeno dal 1994 – sia in quelle del centrodestra, sono state da sempre proposte modifiche costituzionali per rafforzarli: l’indicazione del candidato sulla scheda a un sistema elettorale che favorisca una maggioranza al seguito del leader vincente, la fiducia al solo primo ministro, il potere di nomina e revoca dei ministri, la sfiducia costruttiva per evitare i ribaltoni, l’attribuzione del potere di sciogliere le Camere. Queste cose le hanno sostenute anche D’Alema da presidente della Bicamerale, Brunetta, Berlusconi e tanti altri che oggi parlano di svolta autoritaria. Il secondo dato di fatto è che, al contrario, nella riforma del 2016 non c’è nemmeno un singolo comma che aumenti i poteri del premier.

di Diego Fusaro, filosofo

[articolo pubblicato su http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/dfusaro/ il 5 giugno 2016]

Esprimiamo subito, senza giri di parole, il nostro punto di vista. Proprio perché a chiederci di votare sì al referendum costituzionale sono sire Renzi, il sistema bancario e quell’Unione Europea che di democratico non ha ormai nemmeno più l’apparenza, occorre votare NO, senza dubbi, esitazioni e ripensamenti.

Questa riforma costituzionale “ce la chiede l’Europa”, ossia la stessa entità antidemocratica che ci chiede austerità e spending review, tagli alla spesa pubblica e ai diritti: il sistema neoliberista vincente aspira a destrutturare le costituzioni degli Stati sovrani, per imporre senza limitazioni il proprio regime di mercato assoluto.

L’Unione Europea come trionfo dei capitali e della finanza necessita di istituzioni statali che eseguano cadavericamente e senza possibili obiezioni i diktat voluti dall’alto: l’Unione Europea vuole “riforme” limitative degli spazi di partecipazione democratica; vuole esecutivi forti e parlamenti deboli. Questa riforma costituzionale la vuole, poi, il sistema bancario internazionale, che nella Carta costituzionale italiana vede un fastidioso ostacolo all’instaurazione del proprio dominio assoluto.

Centenario di Legautonomie (1916-2016)
Riforme, Filippeschi: "I sindaci protagonisti cambiamento Paese. Loro impegno per realizzare riforma Senato, perché sia confermata nel referendum"

"L’impegno profuso per un profondo cambiamento dell’assetto costituzionale e del sistema parlamentare in primo luogo e per la rappresentanza parlamentare delle autonomie, è stato portato avanti in questi anni da Legautonomie prima che s’incardinasse il progetto di riforma del Senato", ha detto Marco Filippeschi, presidente nazionale di Legautonomie e sindaco di Pisa, introducendo il convegno 1916-2016 - Cento anni di Legautonomie che si è svolto questa mattina nella Sala Regina della Camera dei Deputati per le celebrazioni del centenario dell'associazione di comuni fondata a Bologna nel 1916. 
"Ora non serve mettere etichette - ha proseguito Filippeschi -, le riforme sono necessarie, sono una nostra sfida: tutto ciò che è invecchiato e che non funziona produce ingiustizia, diseguaglianze e egoismo. Se le riforme falliscono non fallisce un governo, fallisce un paese. Dobbiamo dimostrare che siamo un motore del cambiamento e che anche per la nostra azione passa la rilegittimazione della politica. E' questa dunque la motivazione dell’impegno degli amministratori locali per realizzare la riforma, perché sia confermata nel referendum, perché si sperimenti un vero investimento sul nuovo Senato", ha concluso Marco Filippeschi.

Pubblichiamo in allegato il testo integrale della relazione del Presidente di Legautonomie e sindaco di Pisa Marco Filippeschi, che ha aperto il convegno sulla riforma del Senato e sul referendum costituzionale giovedì 10 marzo, al Tempio di Adriano, a Roma.

Ascolta tutti gli interventi

Repubblica TV - Intervento del Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi  (servizio di Marco Billeci)

Ripresa effettuata dalla WebTv della Camera dei deputati.  - video completo 

“Il superamento del bicameralismo ripetitivo e la trasformazione del Senato in camera delle autonomie è stato un nostro obiettivo. Ci siamo schierati in tempi non sospetti, con posizioni ufficiali dell’Anci. Credo proprio che i sindaci s’impegneranno perché la riforma sia confermata con il referendum. E penso che potrà essere un impegno trasversale alle appartenenze politiche. Siamo abituati a fare cose concrete, contribuiremo a mettere in uso una riforma che cambia davvero il nostro Paese”.
Così il sindaco di Pisa Marco Filippeschi, presidente nazionale di Legautonomie, l’associazione che ha sostenuto il progetto della riforma costituzionale per l’istituzione del Senato delle autonomie, per un Parlamento con una sola camera legislativa che dà la fiducia al Governo e che ha promosso il sito web senatodelleautonomie.it.

“Viviamo sulla pelle delle città i costi dell’arretratezza delle istituzioni, delle complicatezze burocratiche, dei tempi infiniti. Nella confusione si nascondono le responsabilità e le decisioni, quando arrivano, sono poco trasparenti. Tutto questo blocca la crescita. Con la riforma si danno responsabilità più chiare – sottolinea Filippeschi – dunque i cittadini possono tornare seguire la politica, con meno polveroni fatti ad arte, giudicando e scegliendo. Sarà ossigeno per la democrazia. Una politica migliore, alla portata dei più e un po’ meno a disposizione degli addetti ai lavori”.

di Marco Filippeschi, Sindaco di Pisa e Presidente nazionale di Legautonomie

Sostenendo la riforma costituzionale sosteniamo un cambiamento necessario. Una democrazia efficiente, con istituzioni più forti, per rendere più efficaci tutti i poteri. Per approvare le leggi con percorsi affidabili e trasparenti, comprensibili per i cittadini, rilegittimando il parlamento. Per governare con la certezza che all’assunzione di una chiara responsabilità conferita dagli elettori e alla distinzione fra i poteri sancita dalla Costituzione corrisponde la capacità di promuovere e gestire le riforme, per rimettere il nostro paese sul binario della crescita e della giustizia sociale. Per assicurare un equilibrio nuovo e dinamico fra i poteri centrali e quelli delle regioni e delle autonomie territoriali, superando l’oscillazione assurda fra la predica di un federalismo dimostratosi poco responsabile e la pratica un centralismo che comprime le capacità di sviluppo e indebolisce il legame fra i cittadini e i governi locali. 

SI' nel Referendum Costituzionale - Una riforma per cambiare l'Italia
Un Appello per il Sì al Referendum degli amministratori locali

Il prossimo 10 marzo, al tempio di Adriano a Roma, Legautonomie organizza un convegno dedicato alla riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione disegnata dal ddl Boschi - in via di approvazione definitiva da parte del Parlamento - che vedrà la partecipazione, tra gli altri, della Ministro per le Riforme Costituzionali e i rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi, del presidente nazionale di Legautonomie e sindaco di Pisa Marco Filippeschi, del vicepresidente dell’Anci e sindaco di Pesaro Matteo Ricci e di Stefano Ceccanti, Professore ordinario di diritto pubblico comparato presso la Facoltà di scienze politiche dell’Università "La Sapienza" di Roma.

di Carlo Fusaro, professore ordinario di Diritto elettorale

La tesi di questo articolo è semplice: mi sono persuaso che non solo in Italia ma in tutta Europa il regime parlamentare non se la passi affatto bene; la sua funzionalità, intesa come capacità di conciliare funzione rappresentativa delle assemblee elettive e governabilità (cioè efficienza del sistema delle decisioni collettive pubbliche ovvero la forma di governo) sembra in fase di progressiva riduzione; le sue prospettive si fanno di anno in anno più incerte, fino al punto che mi domando se non si debbano cercare soluzioni nuove, o addirittura alternative, specie se si rifiuta di adottare quelle che potrebbero permettergli, forse, di tornare a livelli di rendimento più elevati (a condizione,però, di pagare prezzi che non è detto si sia disposti a pagare e che, comunque, molti – legittimamente, anche se io non la penso così – non sono disposti a pagare).

Questa riflessione trae spunto dalle vicende della forma di governo italiana e,recentemente, del Regno Unito (da qui il titolo), ma tiene anche conto dell’esperienza di altri ordinamenti a forma di governo parlamentare, a partire dalla stessa Germania, dalla Spagna, dal Belgio, dalla Grecia: esperienza confermata, come vedremo, da una comparazione che tiene conto dei regimi politico-istituzionali di tutti e ventotto gli attuali membri dell’Unione Europea.

di Stefano Ceccanti, ordinario di Diritto pubblico comparato all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza"

"J’aime tellement l’Allemagne que je préfère qu’il y en ait deux" (François Mauriac)

1- Premessa: l’analogia tra le due Germanie e il bicameralismo ripetitivo

Il Senato italiano ha infatti appena votato la riforma del bicameralismo nella lettura veramente decisiva, dato che per ragioni politiche le successive si limiteranno solo a ribadire il testo, mentre il passaggio risolutivo sarà il referendum che si svolgerà tra circa un anno. Com’è noto, infatti, l’articolo 138 della Costituzione italiana prevede che in caso di testo votato a maggioranza assoluta dei componenti da entrambe le Camere, ma inferiore ai due terzi di essi, sia possibile chiedere il referendum popolare confermativo.

Nel caso specifico lo stesso Governo ha annunciato di essere favorevole. Ho utilizzato in apertura la frase di Mauriac nota ai francesi e che, invece gli italiani attribuiscono ad Andreotti (che la usò senza citare l’Autore nel momento in cui tentava vanamente di opporsi alla riunificazione tedesca e, con essa, alla messa in discussione del primo sistema italiano dei partiti che era modellato sulla divisione di Yalta), perché infondo dietro quell’affermazione vi erano le stesse ragioni che spinsero nell’ultima parte dei lavori dell’Assemblea Costituente italiana, segnata dalla Guerra Fredda, ad approvare un bicameralismo ripetitivo.

di Luca Castelli, Dipartimento Economia, Università di Perugia

Nel 2010 ho pubblicato un libro che si intitola «Il Senato delle autonomie. Ragioni, modelli, vicende», in cui illustravo le ragioni di ordine costituzionale che depongono a favore della trasformazione della seconda Camera in un organo rappresentativo delle autonomie territoriali. In quel volume sostenevo, tra le altre cose, che questa nuova seconda Camera dovesse essere sganciata dal circuito fiduciario; dovesse essere composta anche da enti locali; e che la rappresentanza regionale dovesse essere espressa dai Consigli regionali. Dunque guardo con favore a questo progetto di riforma e ne condivido l’impianto di fondo. Nondimeno, cercherò di evidenziarne le luci e anche qualche ombra.

Partiamo dalle luci: anzitutto è un Senato “delle autonomie” e non “delle (sole) Regioni” e mi fa piacere sottolinearlo in questa sede. Non era affatto scontato trasformarlo in una Camera di rappresentanza territoriale, sia perché questa trasformazione richiedeva il consenso dell’organo interessato e non era facile immaginare che il Senato fosse “votato” al suicidio istituzionale e tagliasse il ramo su cui era seduto; inoltre, sembrava del tutto improponibile – quasi illuministica – la pretesa di mettere in discussione un caposaldo fondamentale della rappresentanza politica: l’elezione diretta dei senatori.

di Augusto Barbera, professore emerito di diritto costituzionale nell'Università di Bologna

Quali i margini per la modificazione del testo all’esame del Senato? L’intervenuta approvazione in modo “doppio e conforme” da parte di entrambe le Camere delle norme sulla composizione del Senato consente ulteriori spazi di modifica della stessa? Ai sensi dell’art. 104 del Regolamento del Senato, il voto dovrebbe intervenire sulla parte modificata alla Camera, legata al dubbio sull’eventuale decadenza dei sindaci eletti al Senato. In ogni caso, sempre in base al medesimo articolo, “eventuali emendamenti possono essere presi in considerazione solo se si trovano in diretta correlazione con gli emendamenti introdotti dalla Camera dei deputati”. Non vedo la "diretta correlazione" con la composizione del Senato. Spero comunque che una riforma siffatta non debba subire, sarebbe paradossale, le conseguenze di un cambio di preposizione articolata (“nei” e “dai” peraltro voluta dalla Camera per meglio esprimere gli intendimenti del testo del Senato). Non condivido in proposito la tesi di qualche mio collega, che contrasterebbe con la logica giuridica e con la prassi parlamentare, che esclude le applicazioni del regolamento per l’approvazione dei progetti di riforma costituzionale (salvo ovviamente il principio del “nemine contra dicente”).

Ma so di non essere distaccato ed imparziale. Ho partecipato per tanti anni – decenni anzi – ai lavori di Commissioni o di studio o parlamentari sul tema delle riforma del parlamentarismo . Per la prima volta nel 1975 come relatore in un Convegno alle Frattocchie in cui l’allora Partito comunista discusse della riforma dividendosi fra monocameralisti e fautori di un Senato delle Regioni; di nuovo come Relatore in numerosi Convegni di studio organizzati da partiti o da centri culturali.Come parlamentare le occasioni sono state non meno numerose, dalla Commissione Bozzi (1983-1984) alla Commissione De Mita-Iotti (1992-1994) alle numerose discussioni parlamentari su progetti più volte arenatisi, tutte rintracciabili nei preziosi quaderni di documentazione del Servizio Studi del Senato,

I sindaci sono favorevoli alla riforma del Senato
di Marco Filippeschi, Presidente Legautonomie e sindaco di Pisa

"I sindaci sono favorevoli alla riforma del Senato e al superamento del bicameralismo paritario. È una vera svolta per l'Italia. La demagogia e il vuoto radicalismo populista, che disprezzano di fare i conti con la realtà, e prima ancora l'incultura istituzionale o un conservatorismo interessato da ceto politico parlamentarizzato, sono lo specchio del fallimento della politica e del discredito di una classe dirigente politica, che hanno un prezzo enorme per il nostro paese. Stare fermi significa aprire la strada ad un avvitamento della crisi democratica e ad una completa e pericolosissima perdita di controllo dei residui spazi d'intervento per arginare la crisi finanziaria dello Stato ancora incombente, la stessa crisi che ormai schiaccia le comunità locali. Vorrebbe dire compromettere i segnali di ripresa. Questo è il vero rischio che oggi si corre. Questa è la sostanza degli appelli drammatici per la riforma rivolti dai presidenti Napolitano e Mattarella al Parlamento.

Gaetano Azzariti è Professore ordinario di diritto costituzionale presso "La Sapienza” di Roma

Mi limiterò a svolgere alcune osservazioni in riferimento all’attuale fase del procedimento di revisione costituzionale, tralasciando valutazioni più di fondo sull’impianto complessivo della riforma, sul quale - in questo momento e in questa sede - non sembra si voglia tornare. Svilupperò, dunque, le mie considerazioni all’interno della logica definita dal disegno di legge costituzionale per come si è andato sin qui conformando, senza spingermi a prospettare modelli alternativi in ipotesi più coerenti e radicali, ma ormai, almeno in questa legislatura, usciti dall’orizzonte del possibile. Prenderei spunto da un’indicazione assai preziosa contenuta nella relazione della Presidente Finocchiaro. La riforma del modello parlamentare bicamerale - si legge nella relazione - deve operare guardando unitariamente alla natura, alle funzioni e alla composizione del Senato. Tre aspetti che possono essere distinti solo da un punto di vista argomentativo, essendo, invece, tra loro strettamente connessi dal punto di vista sostanziale.

In queste note rivolgerò la mia attenzione ai due assi centrali della riforma costituzionale giunta all’esame del Senato: il bicameralismo e il riassetto delle competenze legislative tra Stato e Regioni. Prima di affrontare il merito delle questioni, è necessario spendere però qualche battuta sul problema dei limiti di proponibilità degli emendamenti che incontra il Senato in questa fase interna alla prima deliberazione del testo di revisione. Viene in rilievo l’art. 104 R.S., che disciplina in generale la “navette” dei disegni di legge tra i due rami del Parlamento e trova applicazione anche alla prima lettura dei disegni di legge costituzionale1 . Esso prevede che «se un disegno di legge approvato dal Senato è emendato dalla Camera dei deputati, il Senato discute e delibera soltanto sulle modificazioni apportate dalla Camera» e aggiunge che «nuovi 1 Alla seconda lettura si applica invece l’art. 123 R.S., come si dirà di seguito nel testo. 2 emendamenti possono essere presi in considerazione solo se si trovino in diretta correlazione con gli emendamenti introdotti dalla Camera dei deputati».

Il processo di revisione costituzionale dopo l’approvazione, da parte della Camera nel marzo scorso, è giunto a un nuovo giro di boa. Sull’impianto, le finalità, l’assetto normativo del disegno di legge ho già avuto l’onore di pronunciarmi in altre occasioni e in altre audizioni parlamentari. Non è quindi mia intenzione tornare su questo punto. Mi troverei a ripetere concetti già espressi e a ribadire questioni già poste. Mi limito pertanto ad avanzare brevemente solo qualche riflessione sulle modificazioni apportate dall’altro ramo del Parlamento. Si tratta di novità in alcuni casi significative, in altri molto di meno. In alcuni casi inutili, in altri inevitabili. Mi riferisco, a questo riguardo, a quelle parti del disegno che più di altre risentivano della foga procedurale che ha contrassegnato il dibattito parlamentare sulle riforme

Intervento del Presidente emerito Giorgio Napolitano in 1° Commissione Affari Costituzionali del Senato

Signora Presidente, cari colleghi,

vorrei sottoporvi alcune considerazioni, dettatemi dall’essere stato testimone e partecipe – e siamo ormai rimasti in pochi – dei molteplici tentativi di revisione costituzionale succedutisi nel nostro Parlamento. Tentativi, tutti – a cominciare dalla Commissione Bozzi del 1983-85 – ispirati dalla presa di coscienza della incompiutezza e della grave debolezza, per aspetti cruciali, che caratterizzarono il testo definitivo della Carta approvata il 22 dicembre 1947 rispetto al disegno originariamente concepito dai Costituenti. Un’incompiutezza e una debolezza relative all’ “ordinamento della Repubblica” che hanno a lungo pesato sul modo di essere e di operare dello Stato repubblicano e hanno costituito un problema rimasto aperto fino ad oggi. Un problema che ha assunto per alcuni versi una crescente ed estrema criticità in anni recenti, tanto da imporsi all’attenzione del Parlamento e delle forze politiche fin dall’inizio di questa legislatura e già nel corso della legislatura precedente.

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