Centenario di Legautonomie (1916-2016)
Riforme, Filippeschi: "I sindaci protagonisti cambiamento Paese. Loro impegno per realizzare riforma Senato, perché sia confermata nel referendum"

"L’impegno profuso per un profondo cambiamento dell’assetto costituzionale e del sistema parlamentare in primo luogo e per la rappresentanza parlamentare delle autonomie, è stato portato avanti in questi anni da Legautonomie prima che s’incardinasse il progetto di riforma del Senato", ha detto Marco Filippeschi, presidente nazionale di Legautonomie e sindaco di Pisa, introducendo il convegno 1916-2016 - Cento anni di Legautonomie che si è svolto questa mattina nella Sala Regina della Camera dei Deputati per le celebrazioni del centenario dell'associazione di comuni fondata a Bologna nel 1916. 
"Ora non serve mettere etichette - ha proseguito Filippeschi -, le riforme sono necessarie, sono una nostra sfida: tutto ciò che è invecchiato e che non funziona produce ingiustizia, diseguaglianze e egoismo. Se le riforme falliscono non fallisce un governo, fallisce un paese. Dobbiamo dimostrare che siamo un motore del cambiamento e che anche per la nostra azione passa la rilegittimazione della politica. E' questa dunque la motivazione dell’impegno degli amministratori locali per realizzare la riforma, perché sia confermata nel referendum, perché si sperimenti un vero investimento sul nuovo Senato", ha concluso Marco Filippeschi.

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Repubblica TV - Intervento del Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi  (servizio di Marco Billeci)

Ripresa effettuata dalla WebTv della Camera dei deputati.  - video completo 

“Il superamento del bicameralismo ripetitivo e la trasformazione del Senato in camera delle autonomie è stato un nostro obiettivo. Ci siamo schierati in tempi non sospetti, con posizioni ufficiali dell’Anci. Credo proprio che i sindaci s’impegneranno perché la riforma sia confermata con il referendum. E penso che potrà essere un impegno trasversale alle appartenenze politiche. Siamo abituati a fare cose concrete, contribuiremo a mettere in uso una riforma che cambia davvero il nostro Paese”.
Così il sindaco di Pisa Marco Filippeschi, presidente nazionale di Legautonomie, l’associazione che ha sostenuto il progetto della riforma costituzionale per l’istituzione del Senato delle autonomie, per un Parlamento con una sola camera legislativa che dà la fiducia al Governo e che ha promosso il sito web senatodelleautonomie.it.

“Viviamo sulla pelle delle città i costi dell’arretratezza delle istituzioni, delle complicatezze burocratiche, dei tempi infiniti. Nella confusione si nascondono le responsabilità e le decisioni, quando arrivano, sono poco trasparenti. Tutto questo blocca la crescita. Con la riforma si danno responsabilità più chiare – sottolinea Filippeschi – dunque i cittadini possono tornare seguire la politica, con meno polveroni fatti ad arte, giudicando e scegliendo. Sarà ossigeno per la democrazia. Una politica migliore, alla portata dei più e un po’ meno a disposizione degli addetti ai lavori”.

di Marco Filippeschi, Sindaco di Pisa e Presidente nazionale di Legautonomie

Sostenendo la riforma costituzionale sosteniamo un cambiamento necessario. Una democrazia efficiente, con istituzioni più forti, per rendere più efficaci tutti i poteri. Per approvare le leggi con percorsi affidabili e trasparenti, comprensibili per i cittadini, rilegittimando il parlamento. Per governare con la certezza che all’assunzione di una chiara responsabilità conferita dagli elettori e alla distinzione fra i poteri sancita dalla Costituzione corrisponde la capacità di promuovere e gestire le riforme, per rimettere il nostro paese sul binario della crescita e della giustizia sociale. Per assicurare un equilibrio nuovo e dinamico fra i poteri centrali e quelli delle regioni e delle autonomie territoriali, superando l’oscillazione assurda fra la predica di un federalismo dimostratosi poco responsabile e la pratica un centralismo che comprime le capacità di sviluppo e indebolisce il legame fra i cittadini e i governi locali. 

SI' nel Referendum Costituzionale - Una riforma per cambiare l'Italia
Un Appello per il Sì al Referendum degli amministratori locali

Il prossimo 10 marzo, al tempio di Adriano a Roma, Legautonomie organizza un convegno dedicato alla riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione disegnata dal ddl Boschi - in via di approvazione definitiva da parte del Parlamento - che vedrà la partecipazione, tra gli altri, della Ministro per le Riforme Costituzionali e i rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi, del presidente nazionale di Legautonomie e sindaco di Pisa Marco Filippeschi, del vicepresidente dell’Anci e sindaco di Pesaro Matteo Ricci e di Stefano Ceccanti, Professore ordinario di diritto pubblico comparato presso la Facoltà di scienze politiche dell’Università "La Sapienza" di Roma.

di Beniamino Caravita di Toritto, Ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico nella Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione dell’Università “La Sapienza” di Roma

Anche se il procedimento legislativo di revisione costituzionale deve essere ancora concluso, già si affilano le armi per convincere il popolo italiano a votare No contro il tentativo di deformare la "Costituzione più bella del mondo" ovvero a votare Sì per una riforma che rimetta in ordine le "troppe lacune di un testo ormai invecchiato". I partiti (o, in alcuni casi, quel che resta di essi) useranno la clava del referendum per darsele di santa ragione, cercando di conquistare o riconquistare legittimazione e verginità perdute. D'altra parte, il referendum si presta: sì o no; luce o buio; bello o brutto. Molti intellettuali si schiereranno con l'una o l'altra posizione e discuteranno sul raccordo tra la riforma e progetti palingenetici - per chi sosterrà il Sì - ovvero tra la riforma e scenari distruttivi e reazionari - per chi sosterrà il No.

Tutto già visto; tutto già subìto; non ne abbiamo bisogno. Dopo due anni di serrato confronto parlamentare, mentre il dibattito politico referendario chiederà di prendere posizione in modo fideistico, oggi il ruolo dei costituzionalisti è quello di studiare, pacatamente e in dettaglio, le diverse soluzioni previste nel testo, esaminandone i pro e i contra, verificando gli strumenti di attuazione di cui ci sarà bisogno se il testo della riforma verrà approvato ovvero le ripercussioni sul testo vigente se la riforma verrà respinta. Solo un simile atteggiamento potrà permettere a quella particolare categoria di intellettuali che fanno della Costituzione il loro oggetto di studio di fornire un reale contributo alla discussione che si avvia nel Paese per i prossimi mesi.

di Carlo Fusaro, professore ordinario di Diritto elettorale

La tesi di questo articolo è semplice: mi sono persuaso che non solo in Italia ma in tutta Europa il regime parlamentare non se la passi affatto bene; la sua funzionalità, intesa come capacità di conciliare funzione rappresentativa delle assemblee elettive e governabilità (cioè efficienza del sistema delle decisioni collettive pubbliche ovvero la forma di governo) sembra in fase di progressiva riduzione; le sue prospettive si fanno di anno in anno più incerte, fino al punto che mi domando se non si debbano cercare soluzioni nuove, o addirittura alternative, specie se si rifiuta di adottare quelle che potrebbero permettergli, forse, di tornare a livelli di rendimento più elevati (a condizione,però, di pagare prezzi che non è detto si sia disposti a pagare e che, comunque, molti – legittimamente, anche se io non la penso così – non sono disposti a pagare).

Questa riflessione trae spunto dalle vicende della forma di governo italiana e,recentemente, del Regno Unito (da qui il titolo), ma tiene anche conto dell’esperienza di altri ordinamenti a forma di governo parlamentare, a partire dalla stessa Germania, dalla Spagna, dal Belgio, dalla Grecia: esperienza confermata, come vedremo, da una comparazione che tiene conto dei regimi politico-istituzionali di tutti e ventotto gli attuali membri dell’Unione Europea.

di Stefano Ceccanti, ordinario di Diritto pubblico comparato all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza"

"J’aime tellement l’Allemagne que je préfère qu’il y en ait deux" (François Mauriac)

1- Premessa: l’analogia tra le due Germanie e il bicameralismo ripetitivo

Il Senato italiano ha infatti appena votato la riforma del bicameralismo nella lettura veramente decisiva, dato che per ragioni politiche le successive si limiteranno solo a ribadire il testo, mentre il passaggio risolutivo sarà il referendum che si svolgerà tra circa un anno. Com’è noto, infatti, l’articolo 138 della Costituzione italiana prevede che in caso di testo votato a maggioranza assoluta dei componenti da entrambe le Camere, ma inferiore ai due terzi di essi, sia possibile chiedere il referendum popolare confermativo.

Nel caso specifico lo stesso Governo ha annunciato di essere favorevole. Ho utilizzato in apertura la frase di Mauriac nota ai francesi e che, invece gli italiani attribuiscono ad Andreotti (che la usò senza citare l’Autore nel momento in cui tentava vanamente di opporsi alla riunificazione tedesca e, con essa, alla messa in discussione del primo sistema italiano dei partiti che era modellato sulla divisione di Yalta), perché infondo dietro quell’affermazione vi erano le stesse ragioni che spinsero nell’ultima parte dei lavori dell’Assemblea Costituente italiana, segnata dalla Guerra Fredda, ad approvare un bicameralismo ripetitivo.

di Luca Castelli, Dipartimento Economia, Università di Perugia

Nel 2010 ho pubblicato un libro che si intitola «Il Senato delle autonomie. Ragioni, modelli, vicende», in cui illustravo le ragioni di ordine costituzionale che depongono a favore della trasformazione della seconda Camera in un organo rappresentativo delle autonomie territoriali. In quel volume sostenevo, tra le altre cose, che questa nuova seconda Camera dovesse essere sganciata dal circuito fiduciario; dovesse essere composta anche da enti locali; e che la rappresentanza regionale dovesse essere espressa dai Consigli regionali. Dunque guardo con favore a questo progetto di riforma e ne condivido l’impianto di fondo. Nondimeno, cercherò di evidenziarne le luci e anche qualche ombra.

Partiamo dalle luci: anzitutto è un Senato “delle autonomie” e non “delle (sole) Regioni” e mi fa piacere sottolinearlo in questa sede. Non era affatto scontato trasformarlo in una Camera di rappresentanza territoriale, sia perché questa trasformazione richiedeva il consenso dell’organo interessato e non era facile immaginare che il Senato fosse “votato” al suicidio istituzionale e tagliasse il ramo su cui era seduto; inoltre, sembrava del tutto improponibile – quasi illuministica – la pretesa di mettere in discussione un caposaldo fondamentale della rappresentanza politica: l’elezione diretta dei senatori.

di Augusto Barbera, professore emerito di diritto costituzionale nell'Università di Bologna

Quali i margini per la modificazione del testo all’esame del Senato? L’intervenuta approvazione in modo “doppio e conforme” da parte di entrambe le Camere delle norme sulla composizione del Senato consente ulteriori spazi di modifica della stessa? Ai sensi dell’art. 104 del Regolamento del Senato, il voto dovrebbe intervenire sulla parte modificata alla Camera, legata al dubbio sull’eventuale decadenza dei sindaci eletti al Senato. In ogni caso, sempre in base al medesimo articolo, “eventuali emendamenti possono essere presi in considerazione solo se si trovano in diretta correlazione con gli emendamenti introdotti dalla Camera dei deputati”. Non vedo la "diretta correlazione" con la composizione del Senato. Spero comunque che una riforma siffatta non debba subire, sarebbe paradossale, le conseguenze di un cambio di preposizione articolata (“nei” e “dai” peraltro voluta dalla Camera per meglio esprimere gli intendimenti del testo del Senato). Non condivido in proposito la tesi di qualche mio collega, che contrasterebbe con la logica giuridica e con la prassi parlamentare, che esclude le applicazioni del regolamento per l’approvazione dei progetti di riforma costituzionale (salvo ovviamente il principio del “nemine contra dicente”).

Ma so di non essere distaccato ed imparziale. Ho partecipato per tanti anni – decenni anzi – ai lavori di Commissioni o di studio o parlamentari sul tema delle riforma del parlamentarismo . Per la prima volta nel 1975 come relatore in un Convegno alle Frattocchie in cui l’allora Partito comunista discusse della riforma dividendosi fra monocameralisti e fautori di un Senato delle Regioni; di nuovo come Relatore in numerosi Convegni di studio organizzati da partiti o da centri culturali.Come parlamentare le occasioni sono state non meno numerose, dalla Commissione Bozzi (1983-1984) alla Commissione De Mita-Iotti (1992-1994) alle numerose discussioni parlamentari su progetti più volte arenatisi, tutte rintracciabili nei preziosi quaderni di documentazione del Servizio Studi del Senato,

I sindaci sono favorevoli alla riforma del Senato
di Marco Filippeschi, Presidente Legautonomie e sindaco di Pisa

"I sindaci sono favorevoli alla riforma del Senato e al superamento del bicameralismo paritario. È una vera svolta per l'Italia. La demagogia e il vuoto radicalismo populista, che disprezzano di fare i conti con la realtà, e prima ancora l'incultura istituzionale o un conservatorismo interessato da ceto politico parlamentarizzato, sono lo specchio del fallimento della politica e del discredito di una classe dirigente politica, che hanno un prezzo enorme per il nostro paese. Stare fermi significa aprire la strada ad un avvitamento della crisi democratica e ad una completa e pericolosissima perdita di controllo dei residui spazi d'intervento per arginare la crisi finanziaria dello Stato ancora incombente, la stessa crisi che ormai schiaccia le comunità locali. Vorrebbe dire compromettere i segnali di ripresa. Questo è il vero rischio che oggi si corre. Questa è la sostanza degli appelli drammatici per la riforma rivolti dai presidenti Napolitano e Mattarella al Parlamento.

Intervento del Presidente emerito Giorgio Napolitano in 1° Commissione Affari Costituzionali del Senato

Signora Presidente, cari colleghi,

vorrei sottoporvi alcune considerazioni, dettatemi dall’essere stato testimone e partecipe – e siamo ormai rimasti in pochi – dei molteplici tentativi di revisione costituzionale succedutisi nel nostro Parlamento. Tentativi, tutti – a cominciare dalla Commissione Bozzi del 1983-85 – ispirati dalla presa di coscienza della incompiutezza e della grave debolezza, per aspetti cruciali, che caratterizzarono il testo definitivo della Carta approvata il 22 dicembre 1947 rispetto al disegno originariamente concepito dai Costituenti. Un’incompiutezza e una debolezza relative all’ “ordinamento della Repubblica” che hanno a lungo pesato sul modo di essere e di operare dello Stato repubblicano e hanno costituito un problema rimasto aperto fino ad oggi. Un problema che ha assunto per alcuni versi una crescente ed estrema criticità in anni recenti, tanto da imporsi all’attenzione del Parlamento e delle forze politiche fin dall’inizio di questa legislatura e già nel corso della legislatura precedente.

Gaetano Azzariti è Professore ordinario di diritto costituzionale presso "La Sapienza” di Roma

Mi limiterò a svolgere alcune osservazioni in riferimento all’attuale fase del procedimento di revisione costituzionale, tralasciando valutazioni più di fondo sull’impianto complessivo della riforma, sul quale - in questo momento e in questa sede - non sembra si voglia tornare. Svilupperò, dunque, le mie considerazioni all’interno della logica definita dal disegno di legge costituzionale per come si è andato sin qui conformando, senza spingermi a prospettare modelli alternativi in ipotesi più coerenti e radicali, ma ormai, almeno in questa legislatura, usciti dall’orizzonte del possibile. Prenderei spunto da un’indicazione assai preziosa contenuta nella relazione della Presidente Finocchiaro. La riforma del modello parlamentare bicamerale - si legge nella relazione - deve operare guardando unitariamente alla natura, alle funzioni e alla composizione del Senato. Tre aspetti che possono essere distinti solo da un punto di vista argomentativo, essendo, invece, tra loro strettamente connessi dal punto di vista sostanziale.

Il processo di revisione costituzionale dopo l’approvazione, da parte della Camera nel marzo scorso, è giunto a un nuovo giro di boa. Sull’impianto, le finalità, l’assetto normativo del disegno di legge ho già avuto l’onore di pronunciarmi in altre occasioni e in altre audizioni parlamentari. Non è quindi mia intenzione tornare su questo punto. Mi troverei a ripetere concetti già espressi e a ribadire questioni già poste. Mi limito pertanto ad avanzare brevemente solo qualche riflessione sulle modificazioni apportate dall’altro ramo del Parlamento. Si tratta di novità in alcuni casi significative, in altri molto di meno. In alcuni casi inutili, in altri inevitabili. Mi riferisco, a questo riguardo, a quelle parti del disegno che più di altre risentivano della foga procedurale che ha contrassegnato il dibattito parlamentare sulle riforme

In queste note rivolgerò la mia attenzione ai due assi centrali della riforma costituzionale giunta all’esame del Senato: il bicameralismo e il riassetto delle competenze legislative tra Stato e Regioni. Prima di affrontare il merito delle questioni, è necessario spendere però qualche battuta sul problema dei limiti di proponibilità degli emendamenti che incontra il Senato in questa fase interna alla prima deliberazione del testo di revisione. Viene in rilievo l’art. 104 R.S., che disciplina in generale la “navette” dei disegni di legge tra i due rami del Parlamento e trova applicazione anche alla prima lettura dei disegni di legge costituzionale1 . Esso prevede che «se un disegno di legge approvato dal Senato è emendato dalla Camera dei deputati, il Senato discute e delibera soltanto sulle modificazioni apportate dalla Camera» e aggiunge che «nuovi 1 Alla seconda lettura si applica invece l’art. 123 R.S., come si dirà di seguito nel testo. 2 emendamenti possono essere presi in considerazione solo se si trovino in diretta correlazione con gli emendamenti introdotti dalla Camera dei deputati».

Servono culture nuove e non ostruzionismi
di Marco Filippeschi, sindaco di Pisa e presidente nazionale di Legautonomie

La nuova legge elettorale votata in Senato è o no un passo in avanti? Questa è la domanda che interessa a tutti di fronte alla necessità del superamento di una legge definita «una porcata» dal suo presentatore, bocciata dalla Corte costituzionale, e a confronto con la legge che residua dalla sentenza della stessa Corte con cui voteremmo oggi in caso di elezioni anticipate. Credo che si possa dire e dimostrare che è un bel progresso e che Berlusconi che ora la vota arretra di molto rispetto a sue posizioni iniziali.

Il conflitto nel Pd di questi giorni motivato, in particolare, con la ragione dell’estensione del voto di preferenza – per garantire, si dice, un parlamento fatto di eletti dai cittadini e non di «nominati» – mi pare fuorviante. Emerge chiaro che la ragione vera della battaglia di una minoranza è il rischio percepito di una marginalizzazione della sua rappresentanza parlamentare, domani, in forza d’imposizioni della maggioranza, in organi dirigenti del partito dove, per l’esito di un congresso, Matteo Renzi può vantare una salda prevalenza numerica. 

di Roberto Zaccaria, già Ordinario di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università degli Studi di Firenze

Ho chiesto di intervenire sul tema del procedimento legislativo. Prima però vorrei fare una rapida premessa. In questa riforma costituzionale un dato mi colpisce profondamente: lo scostamento tra i principi e la loro attuazione nel testo della riforma. I principi, o almeno quelli che vengono più spesso richiamati, sono condivisibili (superamento del bicameralismo, senato come organo rappresentativo delle autonomie, riduzione del numero dei parlamentari…) ma l’attuazione e a volte (più semplicemente) la scrittura di questi principi suscita in me molte riserve.

Questa considerazione non mi pare trascurabile perché se la riforma venisse approvata avremo certamente il referendum e il referendum si giocherebbe quasi esclusivamente sui principi. La loro attuazione, la loro scrittura è questione che io temo interessi solo ai costituzionalisti.

Veniamo al procedimento legislativo. Ne ha parlato molto bene Romboli. Vorrei per un attimo ricordare che questo capitolo si ricollega nel dibattito pubblico al tema della semplificazione normativa. Anzi per essere più preciso si sente dire che il superamento del bicameralismo dovrà produrre il risultato di semplificare il processo di produzione normativa. C’è un vago sapore efficientistico in questo richiamo.In questo caso non ho citato il principio tra quelli che mi piacciono perché io non credo che questo tipo di semplificazione sia un valore auspicabile e che corrisponda ad una corretta interpretazione del principio democratico.

del Prof. Tomaso F. Giupponi, Ordinario di Diritto costituzionale nell’Università degli Studi di Bologna

1. Due brevi premesse

Ogni tentativo di analisi del percorso di riforma istituzionale avviato nel corso della XVII legislatura su iniziativa del governo Renzi deve, a mio giudizio, partire da alcune brevi premesse metodologiche. La prima attiene alla stessa individuazione del significato della nozione di “forma di governo”: cosa si intende, infatti, con tale formula? È espressione che rinvia a categorie meramente descrittive o prescrittive? A ben vedere, i diversi modelli di forma di governo elaborati in dottrina (sia dai giuristi sia dai politologi) non sono altro che astrazioni costruite attraverso la generalizzazione di costanti riscontrate all’interno dei diversi ordinamenti giuridici statali. Proprio per questo, sembrano evidenziare alcune regolarità comuni ai diversi ordinamenti appartenenti a ciascuna categoria, più che esprimere vere e proprie regole (le quali, con diverse sfumature, appaiono invece esclusivamente quelle presenti all’interno di ciascun ordinamento giuridico). Se questo è vero, allora, voler trarre delle conseguenze di tipo prescrittivo dalla riconduzione di un dato ordinamento statale all’una o all’altra tipologia di forma di governo appare discutibile sul piano del metodo.

del Prof. Mauro Volpi, Ordinario di Diritto pubblico comparato nell’Università degli Studi di Perugia

Tre sono le questioni che ritengo debbano essere al centro della nostra riflessione. Il primo punto sul quale occorre pronunciarsi è se le riforme avranno o meno un’incidenza sulla forma di governo. Ovviamente, mentre la riforma elettorale è già divenuta legge, la n.52/2015, quella costituzionale è ancora in itinere e quindi si tratterà di vedere se sarà approvata nella sua versione attuale o e verrà modificata, ma comunque difficilmente si tratterà di modifiche significative in quanto il Senato potrà solo intervenire sulle parti emendate dalla Camera, a meno che (ma pare fortemente improbabile) non si intenda ricominciare il procedimento di revisione dall’inizio. Non possiamo quindi fare altro che basarci sul testo approvato dalla Camera il 10 marzo 2015. In secondo luogo, qualora si ritenga che le riforme incidano sui rapporti fra Parlamento e Governo, occorre chiedersi se influenzeranno solo il funzionamento della forma di governo parlamentare disegnata dalla Costituzione o determineranno un cambiamento della forma di governo. Infine, se si propende per la seconda ipotesi, ci sideve interrogare sulle caratteristiche che la “nuova” forma di governo verrebbe ad assumere.

“Per il nuovo Senato è necessario un riequilibrio fra i rappresentanti delle regioni e quelli dei comuni, come ha chiesto Piero Fassino per l’Anci. Il superamento del bicameralismo partitario è un bene in assoluto, una priorità per il Paese e dunque anche per le autonomie locali che governano per bisogni essenziali dei cittadini. Lo squilibrio che si è creato a sfavore dei comuni e l’elezione dei nostri rappresentanti che avverrebbe nei consigli regionali non si giustificano. Le intese fra i partiti per un largo consenso sono necessarie, ma a queste non si possono sacrificare la logica e il rispetto dell’autonomia delle istituzioni”. Così il presidente di Legautonomie Marco Filippeschi, sindaco di Pisa, che interviene a commentare la discussione del testo di riforma della Costituzione in corso in Senato.

Senato delle autonomie, federalismo e riforma dell'ordinamento locale - Convegno nazionale di Legautonomie a Roma

"Il superamento del bicameralismo paritario e la configurazione di una seconda camera come espressione delle autonomie territoriali costituisce anche un''esigenza diventata oramai imprescindibile per arginare il crescente contenzioso dinanzi alla Corte Costituzionale". Lo sottolinea il presidente di Legautonomie e sindaco di Pisa Marco Filippeschi durante il convegno su ''Senato delle autonomie/federalismo e riforma dell''ordinamento locale'', che si è svolto questa mattina a Roma, al Tempio di Adriano. 
Sono intervenuti anche: Gaetano Quagliariello, Ministro per le Riforme Costituzionali; Luciano Violante, Membro della Commissione per le Riforme Costituzionali; Antonio Misiani, responsabile federalismo fiscale Legautonomie e membro della commissione bilancio della Camera; Stefano Ceccanti, Membro della Commissione per le Riforme Costituzionali; Beniamino Caravita di Toritto, Membro della Commissione per le Riforme Costituzionali; Alberto Zanardi, Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale, oltre a numerosi amministratori locali.

del Prof. Paolo Carnevale, Ordinario di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università degli Studi di Roma Tre

Se si vogliono avanzare riserve nei confronti del disegno di legge di revisione costituzionale dell’intera seconda parte della Costituzione, presentato dal Presidente del Consiglio e dal Ministro per le riforme costituzionali ed attualmente in discussione alle Camere (ddl Renzi-Boschi), è possibile farlo da un duplice punto di vista. Si possono contestare le ragioni di fondo, le linee-guida, gli indirizzi della revisione e,se del caso, le matrici ideali ispiratrici, non apprezzando – che so – il prefigurato processo di(ulteriore) rafforzamento della posizione del Governo, la conseguente (ulteriore) marginalizzazione del ruolo parlamentare, la perdita della diretta rappresentatività popolare della seconda Camera e l’incertezza del modello prescelto per essa, il trend di ricentralizzazione in capo allo Stato dell’esercizio della potestà legislativa a scapito dell’autonomia regionale, ecc. Ma si può pure, accettando ed immergendosi nella logica del disegno riformatore, evidenziare le aporie e le indeterminatezze che lo caratterizzano, segnalando talune bizzarrie procedimentali, eccessi di incertezza, incoerenze e profili di contraddizione: dalla intricata moltiplicazione dei diversi procedimenti legislativi previsti, all’assenza della previsione di una prorogatio per i senatori che rischia di portare alla paralisi la seconda Camera; dai dubbi sul procedimento di conversione dei decreti-legge e sul c.d. voto a data certa, al richiamo allo statuto della minoranza nel regolamento del Senato, ecc.

Antonio D’Atena, Presidente dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti

Per evitare che il titolo di questo lavoro alimenti aspettative eccessive, preciso subito che in esso non esaminerò tutti i contenuti del d.d.l. cost. approvato, in sede di prima deliberazione,dal Senato della Repubblica l’8 agosto 2014 e, con modificazioni, dalla Camera dei Deputati il 10 marzo 2015, ma mi soffermerò esclusivamente sulla riforma del bicameralismo e sul riparto delle competenze legislative. Due oggetti, peraltro, indiscutibilmente centrali nell’economia della riforma e, in qualche modo, interconnessi. È, infatti, evidente che, se,come negli ordinamenti federali, la seconda Camera immette nel procedimento legislativo centrale le entità sub-statali, lo stesso riparto delle competenze viene ad assumere una valenza diversa, per effetto dell’attenuazione del carattere eteronomo della legislazione centrale. Alla quale, sia pure in termini che variano da ordinamento ad ordinamento, le entità predette concorrono, attraverso l’organo in cui trovano la propria unitaria proiezione istituzionale.

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